Il farricello alla trionara, un archeofood
Un piatto identitario di Castel Trione
È uno dei piatti strettamente tipici di una delle più piccole frazioni di Amatrice e racconta una storia che parte da prima delle vicende che hanno legato Castel Trione all’abbazia di Farfa. Erede di quello che i Romani chiamavano puls (o pulmentum) e che potremmo definire “polentina” grossolana di cereali.
Il farro e la macina: un rito domestico
Il farro era il cereale più coltivato e si tritava in casa con una piccola mola domestica: due pietre tonde a forma di ciambella, quella superiore forata per versarci dentro il cereale e una più piccola sul bordo per posizionarci il “manico”, un piccolo bastone per girare il mini mulino di casa; quella sottostante è senza foro e appiattita per conferire maggiore stabilità.
Macinava il grano grazie all’azione combinata del peso e dell’abrasione e solitamente la lavorazione dei cereali successivamente alla raccolta, a Castel Trione avveniva in ambiente domestico e strettamente femminile.
Anche con strumenti così essenziali, quasi rudimentali, bastava poco, spezzare grossolanamente i chicchi era sufficiente per poter cucinare il farro con acqua o con latte di capra o di pecora, sale e olio alla maniera dei Romani, o meglio ancora dei nostri antenati Picenti e Sabini.
Questa ricetta base spesso prevedeva anche delle erbe come le cicorie, a coronamento del piatto, per un pasto completo seppur povero, consumato abitualmente dal popolo e dai legionari.
Il cereale amico dell’intestino
Il farro (Triticum dicoccum) è sicuramente il cereale più diffuso nel Mediterraneo antico e in quel territorio che più avanti nel tempo sarà chiamata Europa.
In virtù della sua ricchezza di fibre insolubili, a Castel Trione era considerato un toccasana per la pulizia intestinale e veniva consumato con più frequenza in primavera, proprio per questa sua funzione.
In autunno e in inverno il farricello era un piatto caldo, piacevole e ben condito che scaldava le giornate.
Anche la quantità di proteine è decisamente alta, più del riso, con un minore indice glicemico per i suoi amidi a lento assorbimento.
La ricetta per 4 persone affamate
- 300 gr di farro spezzato
- 500 ml di acqua
- cipolla a piacere
- salsiccia di fegato a sentimento
- facoltativo: un po’ di guanciale o un pezzetto di prosciutto, se c’è
- olio e sale
- Cuoci il farro nell’acqua fino ad ottenere una polenta, ci vorranno almeno 25 minuti, se necessario aggiungi acqua alla dose che ti ho suggerito.
- Nel frattempo cuoci la cipolla a fettine in abbondante olio e poi soffriggi la salsiccia di fegato a pezzetti nella stessa padella.
- Servi nel piatto, o meglio ancora nella scifetta di legno per la polenta, condisci con l’olio e tutte le prelibatezze dorate in padella.
A Castel Trione, così come in altre frazioni della conca amatriciana e del circondario di Accumoli, il farro era una risorsa fondamentale, rustico e fruttifero. Il farricello era uno dei piatti preferiti dell’autunno, quando ci si stringeva per godersi il calore del camino e di un piatto caldo dopo una giornata di fatica a lavoro sulla montagna e nelle valli.
Era al centro delle battute goliardiche per la sua funzione legata alla salute intestinale e tra i più anziani, le ultime anime del paese, ripensare la propria vita a metà del secolo scorso, non esimeva mai dal simpatico ricordo del farro e dei volti sorridenti degli scherzosi amici.
Credit Photo Arianna Santini
