“Una tragedia immane”

“UNA TRAGEDIA IMMANE”

LE PRIME PAROLE DI
ALEANDRO PETRUCCI,
SINDACO DI ARQUATA DEL TRONTO

Arquata del Tronto,
13 frazioni, oltre 92 kmq di territorio.
51 vittime.
Popolazione nel 2016: 1.154 abitanti
Popolazione nel 2026: 905 abitanti (-21,58%)

Cinquantuno vittime ad Arquata. Di cui 49 nella frazione di Pescara del Tronto e due nel capoluogo.

Pescara del Tronto rasa completamente al suolo, con il collasso del 100% del patrimonio edilizio. Ad Arquata quasi tutti gli edifici subirono crolli. La Strada Provinciale 34, Forca di Presta, fu massacrata dai massi e dalle frane lungo i versanti montani. Le strade degli abitati risultarono totalmente impercorribili e ciò richiese l’intervento urgente dei mezzi dei Vigili del Fuoco per aprire i varchi di soccorso.

Per ore alcune frazioni rimasero irraggiungibili e si decise di usare gli elicotteri per il trasporto dei feriti più gravi e per il rifornimento di generi di prima necessità.

Come ad Accumoli. Come ad Amatrice.

Nelle primissime ore, prima ancora che la macchina statale a pieno regime si insediasse nei campi strutturati, il soccorso immediato fu retto interamente dai residenti sopravvissuti e dai primi gruppi di persone arrivati dai comuni limitrofi non devastati. Si scavò a mani nude per ore.

Come ad Accumoli. Come ad Amatrice.

Le SAE e la geografia dei villaggi

537 furono le Soluzioni Abitative di Emergenza realizzate ad Amatrice, 200 quelle di Accumoli, 201 ad Arquata. Quasi mille “casette” per alloggiare gli sfollati in attesa della ricostruzione delle abitazioni, non concentrate in un unico grande insediamento, ma sparse in decine di siti diversi: oltre 30 ad Amatrice, 9 ad Accumoli, 5 ad Arquata.

Perché l’Appennino non è un territorio fatto di grandi agglomerati urbani, ma un sistema di villaggi storici strettamente legati alla terra, all’agricoltura e all’allevamento. Non si poteva sradicare una popolazione intera dalla sua porzione di montagna, era necessario che gli allevatori e gli agricoltori rimanessero vicino alla stalla provvisoria, ai pascoli, ai terreni di proprietà.

E poi, sull’Appennino non è facile trovare grandi superfici pianeggianti, stabili, urbanizzabili e geologicamente idonee a reggere la costruzione rapida di centinaia di moduli abitativi.

Le “casette” hanno accolto un popolo sconvolto da un sisma epocale e in molti casi lo fanno ancora.

La geografia invisibile dei rapporti

Eppure, dietro la quadratura tecnica dei numeri e la geografia dei piccoli lotti, c’è una geografia invisibile che misura la quotidianità spezzata: la geografia umana dei rapporti.

In un villaggio di montagna la vita è fatta di prossimità radicali, di porte aperte senza bussare, di sguardi che si incrociano lungo i vicoli. Nelle SAE, quella mappa dei legami si è frantumata e ricomposta per caso. Chi ti ritrovavi come vicino di casetta non era più il compagno di una vita intera, il dirimpettaio di sempre.

Improvvisamente, la porta a fianco non apparteneva più a chi conosceva i tuoi silenzi e la storia della tua famiglia, ma a un altro naufrago con cui condividevi il perimetro di un vicinato provvisorio.

È il vicinato azzerato e ridisegnato dal destino: la perdita silenziosa del panorama umano che ti faceva sentire a casa ancor prima di entrare dalla porta.

ARQUATA
OLTRE IL SISMA

Ad Arquata il simbolo per eccellenza è tenacemente rimasto in piedi. Porta i segni delle scosse subite, ma è ancora lì: è la Rocca medievale in pietra arenaria che domina la via Salaria.

Quel baluardo di forza, simbolo dell’architettura militare appenninica, è in restauro e continuerà a sorvegliare il territorio sotto di sé, mantenendo il suo storico ruolo di simbolo arquatano potente e unico.

Il tessuto vivo dei villaggi storici e la caparbia presenza di chi non ha voluto sradicarsi saranno la chiave di volta per il futuro di questo straordinario pezzo d’Italia.

Resta il legame primario tra l’uomo e la terra: una prossimità antica che ha rifiutato di sparire e che oggi si ricostruisce giorno dopo giorno, tenendo stretta l’appartenenza a un territorio unico per bellezza e forza.

Restano le tradizioni secolari, i riti collettivi e la memoria di una comunità che attraverso le sue feste e i suoi prodotti continua a riconoscersi e a raccontare una lunga storia, fatta – anche qui – di luoghi e di persone.

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