Il dialetto amatriciano, memoria di una comunità
Una sorprendente traccia nelle carte di Giuseppe Gioachino Belli
di Emma Moriconi
Ci sono patrimoni che non si conservano nei monumenti, nei quadri o nei documenti ufficiali. Rimangono nella voce delle persone: nelle parole pronunciate in famiglia, nei modi di dire, nelle canzoni, nelle filastrocche, nei giochi, nelle battute che passano da una generazione all’altra. Come il dialetto, che non rappresenta soltanto una particolare varietà linguistica, ma costituisce una forma di memoria: conserva il modo in cui una comunità ha nominato le cose, raccontato il territorio, espresso sentimenti e ironia, costruito relazioni sociali. Per questo la sua tutela non è una nostalgia rivolta al passato, ma una forma di conservazione della memoria culturale.
Ed è proprio seguendo questa traccia che emerge una testimonianza sorprendente: nelle carte di Giuseppe Gioachino Belli è conservata una serenata in dialetto amatriciano.
Un dialetto di confine
La posizione linguistica di Amatrice è particolarmente interessante.
L’amatriciano appartiene all’area dei dialetti mediani, all’interno di una zona appenninica nella quale per secoli si sono incontrate e sovrapposte influenze linguistiche diverse. La storia amministrativa stessa del territorio aiuta a comprenderne la complessità: Amatrice appartenne per secoli al Regno di Napoli e all’area abruzzese, prima di entrare nel Lazio nel 1927.
Le ricerche dell’Atlante Italo-Svizzero hanno dedicato ad Amatrice un’indagine specifica: la località costituisce il punto 616 dell’AIS. Lo studio delle inchieste di Paul Scheuermeier mostra una situazione linguistica particolarmente interessante, nella quale una base dialettale mediana conviveva già con una significativa influenza romana. L’influenza del romanesco, tuttavia, non portò alla scomparsa della parlata locale: contribuì piuttosto alla formazione di un repertorio nel quale i due codici potevano convivere.
Questa caratteristica di frontiera è probabilmente uno degli aspetti più importanti per comprendere la storia linguistica di Amatrice: l’amatriciano non è semplicemente “un romanesco diverso”, né può essere identificato senza ulteriori precisazioni con un dialetto abruzzese. È una parlata appartenente all’area mediana, formatasi in una zona storicamente aperta agli scambi fra Lazio, Abruzzo, Marche e area appenninica.
Un patrimonio fragile
Il tema della conservazione delle lingue e delle varietà linguistiche locali non riguarda soltanto l’Italia.
L’UNESCO ha dedicato per anni particolare attenzione alla diversità linguistica attraverso l’Atlas of the World’s Languages in Danger, pubblicato in diverse edizioni e reso disponibile anche online. La Biblioteca digitale UNESCO lo presenta tuttora come risorsa ad accesso aperto.
L’Atlante nasce da una considerazione fondamentale: quando una lingua scompare non scompare soltanto un codice per comunicare. Si perde anche una parte della conoscenza e della memoria di una comunità. La seconda edizione dell’Atlante UNESCO sottolineava espressamente che ogni lingua riflette una particolare visione del mondo e costituisce una forma di espressione del patrimonio culturale immateriale di una comunità.
Oggi l’UNESCO sta sviluppando il più ampio World Atlas of Languages, destinato a raccogliere e rendere accessibili dati sulla diversità linguistica mondiale. Il progetto è in fase di evoluzione e migrazione verso il nuovo UNESCO Data Hub; la piattaforma attuale si presenta ancora come una versione beta.
A oggi, non esiste una scheda UNESCO che classifichi specificamente l’amatriciano come lingua o dialetto in pericolo, il che, tuttavia, non rende meno importante il problema della conservazione dell’amatriciano e anzi, rende ancora più prezioso il lavoro di documentazione locale.
Una traccia straordinaria nelle carte di Belli
Ed è qui che la ricerca conduce a Giuseppe Gioachino Belli, universalmente associato al romanesco e ai suoi 2.279 sonetti. Ma il suo rapporto con la lingua popolare era più vasto. Belli osservava, ascoltava, raccoglieva e trasformava nella propria opera materiali appartenenti alla cultura orale.
Una testimonianza straordinaria è stata riportata alla luce in modo particolarmente chiaro da Marcello Teodonio, in un articolo pubblicato su L’Osservatore Romano il 13 giugno scorso, dal titolo “Vièttene a la finestra, o ffaccia bbella”.
Teodonio scrive che “tra le sue carte, Belli conservava, trascritta prima del 1816, una serenata in dialetto amatriciano”, e ne riporta l’inizio:
“Affaccette a la fenestra, o faccia bella,
naso de neve, bocca inzuccherata,
ch’io te la vojo fà la serenata,
te la vojo sonà la ciaramella”.
La notizia è di enorme interesse, perché non stiamo parlando semplicemente di un componimento che Belli avrebbe inventato immaginando come potessero parlare gli amatriciani, ma di una serenata che il notissimo poeta conservava tra le proprie carte e che la fonte identifica come scritta in dialetto amatriciano. E in cui è citato lo strumento amatriciano per eccellenza: la ciaramella.
Egle Colombi: la studiosa che mise ordine nelle carte di Belli
La storia diventa ancora più interessante quando si segue la pista di Egle Colombi, che fu bibliotecaria presso la Biblioteca Nazionale di Roma e lavorò al riordinamento delle carte autografe di Belli. Nel corso di questo lavoro si trovò davanti a numerosi materiali che fino ad allora erano rimasti poco conosciuti.
Uno studio di Elisa Altissimi, pubblicato nel 2024 sulla Rivista del Centro Studi Giuseppe Gioachino Belli, ricostruisce con precisione questo lavoro. Il fascicolo del 1952 della rivista romana Orazio era dedicato a Belli e Colombi vi pubblicò versi inediti del poeta scritti in dialetto “matriciano”, ritrovati proprio tra le carte che stava riordinando. I fogli erano rimasti fino ad allora ignorati ed erano raccolti sotto una fascetta sulla quale il figlio del poeta, Ciro Belli, aveva scritto: “Poesie incomplete e senza titolo”.
La bibliografia dello studio di Altissimi permette inoltre di identificare con precisione la pubblicazione: Egle Colombi, “Belli poeta de la Matricia”, in «Orazio», IV, nn. 6-9, 1952, pp. 49-50.
È una fonte che merita di essere recuperata integralmente, perché quelle due pagine potrebbero contenere informazioni decisive per comprendere che cosa Colombi intendesse esattamente per “dialetto matriciano” e quali testi avesse trovato nei manoscritti belliani (forse proprio la serenata, ma non possiamo dirlo con certezza).
Un dettaglio filologico importante
La ricerca ci impone però una distinzione. L’Osservatore Romano presenta la serenata amatriciana conservata da Belli e, subito dopo, propone il sonetto “La serenata”, datato 25 settembre 1835: “Vièttene a la finestra, o ffaccia bbella…”
Il sonetto del 1835 è scritto in romanesco, e non è la serenata amatriciana citata poco prima. Teodonio presenta le due testimonianze nello stesso contesto, spiegando il genere della serenata e il rapporto di Belli con la tradizione popolare. Perciò possiamo dire con sicurezza che Belli conservava tra le sue carte una serenata identificata come in dialetto amatriciano, trascritta prima del 1816. Possiamo poi dire che compose nel 1835 una propria serenata in romanesco, poi inserita nel corpus dei sonetti. Il rapporto preciso fra la serenata amatriciana conservata nelle carte e il sonetto del 1835 merita di essere studiato direttamente sui manoscritti e sulle fonti critiche, tenendo conto che Egle Colombi, nel 1952, pubblicò quei versi inediti di Belli identificandoli come scritti in dialetto “matriciano”.
La voce di una comunità
La serenata ci restituisce qualcosa che un dizionario non potrebbe mai restituire completamente.
“Affaccette a la fenestra…”, non è soltanto una sequenza di forme linguistiche. È una voce. È una scena: qualcuno che canta sotto una finestra, una ciaramella, una donna chiamata ad affacciarsi, un linguaggio fatto per essere pronunciato e ascoltato. È precisamente questo il valore antropologico di una testimonianza dialettale.
La lingua vive dentro pratiche sociali: il canto, il lavoro, la festa, il corteggiamento, la preghiera, il gioco, il racconto, la battuta. Ed è per questo che una serenata può essere, per la storia linguistica, importante quanto un documento amministrativo.
Un filone di ricerca
Se nell’Ottocento erano ancora conservati testi popolari amatriciani trascritti da Belli, e se nel Novecento Egle Colombi ritrovava nelle sue carte ulteriori versi definiti “matriciani”, è possibile che esista altro materiale disperso in archivi, fondi manoscritti, raccolte di folklore, pubblicazioni locali e testimonianze orali.
Una lingua è anche una forma di appartenenza
Per Amatrice questo lavoro assume un significato particolare. Il terremoto del 2016 ha distrutto una parte enorme del patrimonio materiale del territorio. Ma un patrimonio culturale non coincide con gli edifici.
Una comunità sopravvive anche attraverso ciò che sa raccontare, ricordare e trasmettere, e il dialetto è una di queste forme di continuità.
Le parole degli anziani, le espressioni familiari, i soprannomi, le preghiere, i canti, le filastrocche e i giochi tradizionali costituiscono un archivio immateriale che rischia di scomparire molto più silenziosamente di un edificio.
Documentare l’amatriciano significa quindi salvare una parte della storia di Amatrice prima ancora che sia possibile stabilire quanto essa sia “a rischio” secondo una classificazione linguistica internazionale.
Da Belli a oggi
La piccola serenata nascosta per più di un secolo tra le carte di Belli offre, in questo senso, una lezione sorprendente. Un poeta romano dell’Ottocento, mentre raccoglieva e trasformava la voce popolare, conservò anche la traccia della voce di una comunità proveniente da Amatrice.
Più di duecento anni dopo, quella voce torna a farsi sentire, e non è soltanto un documento letterario.
È una testimonianza di circolazione delle persone, di contatti linguistici, di cultura orale e di identità. E forse è anche un invito.
Prima che le parole scompaiano dalla memoria quotidiana, vale la pena cercarle, registrarle, confrontarle, studiarle e soprattutto farle nuovamente parlare. Come fa la Compagnia Nuovo Teatro Amatriciano, gioiello del territorio. Perché un dialetto è il modo in cui una comunità ha imparato, nel corso del tempo, a dire le proprie cose.
