Cosa rende straordinaria Cossito, una frazione di Amatrice distrutta dal terremoto del 2016
Dalla Strada della Montagna alla Madonna col Bambino: storie, sentieri e memorie di un paese che continua a immaginare il proprio futuro
C’è una frazione di Amatrice raccolta nel grembo di Pizzo di Sevo. Adagiata a 968 metri sul livello del mare sul lato della Conca che strizza l’occhio ad Accumoli, Cossito ha pagato un tributo altissimo al sisma del 2016. Le case in piedi sono una manciata. Gru e macerie governano il paesaggio.
Eppure, Cossito non è un luogo finito. C’è chi non intende mollare, c’è chi continua a tornare, c’è chi prova a tenere vivo il legame con questa piccola villa alle pendici dei Monti della Laga. C’è chi conosce il potenziale di una terra che può essere quieto ritrovo per chi vuole tornare e base di partenza per chi vuole esplorare. Già, perché Cossito non è soltanto ciò che il sisma ha distrutto: è anche il punto dal quale cominciano storie, sentieri e percorsi che meritano di essere riscoperti.
La Strada della Montagna verso Pizzo di Sevo
Da qui si inerpica la Strada della Montagna. Il suo nome dice già molto: è una carrareccia che porta i più allenati fino alla vetta di Pizzo. Sale dal paese, attraversa il Fosso delle Macchie, il Fosso Palare e il Fosso della Solagna, conducendo alla minuscola cappella di Sant’Egidio, a 1397 metri s.l.m. Dopo una pausa di ristoro è possibile proseguire in direzione di Sette Fonti, fino alla sommità di Pizzo, una delle cime più suggestive della Laga.
Dalle pendici di Pizzo di Sevo nasce anche il torrente Lagozzo, che scende verso valle fino a diventare un affluente del Tronto. La sua presenza accompagna il paesaggio di Cossito e racconta un territorio modellato dall’acqua, una risorsa che qui riaffiora anche accanto al vecchio lavatoio.
La “Casa dei Signori” e l’Ara dei Pagani
Proprio lì si trova una sorgente, di fronte a quella che tutti chiamavano la “Casa dei Signori”, dimora di una ramificata famiglia, costruita all’alba degli Anni 30 del Novecento da Giovanni Paganelli. Demolita nel novembre del 2016, dopo la seconda violentissima scossa della frequenza sismica originata il 24 agosto di quell’anno, si chiamava così per un aneddoto sconosciuto: Eduardo, marito di Assunta, una delle tre figlie di Giovanni, arrivava in paese con l’automobile della Corte dei Conti, mentre quasi tutti gli altri raggiungevano Cossito a dorso di mulo. Non servivano titoli nobiliari: in una comunità piccola, quell’automobile bastò a trasformare una casa e i suoi abitanti nei “signori” del paese.
Anche la piazzetta storica aveva un nome nato dalla vita della comunità: l’Ara dei Pagani. Non per la presenza di antichi culti, come magari si potrebbe immaginare (e come forse credeva qualche bambino di Cossito…), ma perché intorno a quello spazio abitavano soprattutto famiglie Paganelli. È uno di quei nomi che non si trovano facilmente nelle mappe, ma che custodiscono la geografia più vera di un paese: quella fatta di famiglie, soprannomi, incontri e ricordi condivisi.
La Madonna col Bambino trafugata e ritrovata in Svizzera
Cossito conserva inoltre una storia artistica sorprendente. Nella chiesetta di Santa Maria si trovava una tavola raffigurante la Madonna col Bambino, risalente al XII secolo e attribuita alla corrente pittorica umbro-marchigiana, con influenze spoletine. L’opera, probabilmente parte centrale di un tabernacolo a due sportelli, fu restaurata ed esposta a Rieti nel 1957 in occasione della “Mostra dell’arte in Sabina dal Medioevo al XVII secolo”.
Nel giugno del 1964 la tavola venne trafugata. Fu ritrovata tre anni dopo, nel luglio del 1967, a Weggis, in Svizzera, dalla delegazione del Ministero degli Esteri incaricata della restituzione delle opere d’arte.
Andare oltre le macerie
Esplorare Cossito significa allora andare oltre le macerie. Significa fermarsi davanti al lavatoio, ascoltare l’acqua della sorgente, fermarsi a osservare le vestigia del paese che lento prova a rinascere e imboccare la Strada della Montagna. Significa salire verso Sant’Egidio, proseguire per Sette Fonti e alzare lo sguardo verso Pizzo di Sevo.
Ma significa soprattutto riconoscere che un paese continua a esistere finché qualcuno ne ricorda i nomi, ne percorre le strade. E continua a immaginarne il futuro.
