Quanto era bella, Illica

Quanto era bella, Illica

Dalle case di arenaria alla chiesa di San Paolo e San Francesco, la storia di una comunità che il terremoto non può raccontare da solo

Ci sono luoghi che, prima ancora di essere raccontati, chiedono di essere ricordati. Illica è uno di questi.

Oggi, quando si pronuncia il suo nome, è inevitabile pensare al 24 agosto 2016 e alle scosse che cambiarono per sempre il volto di questo piccolo abitato di Accumoli. Ma sarebbe un errore lasciare che la storia di Illica si identifichi interamente con il terremoto. Il terremoto è, di certo, una cesura drammatica nella storia di un paese che aveva alle spalle secoli di vita, di lavoro, di fede e di relazioni comunitarie.

Cinque assenze

Ma il sisma ha fatto tanto male, a Illica, e non si può raccontarla senza ricordare che il terremoto, qui, non distrusse soltanto case, strade, chiese e luoghi della memoria. Distrusse vite.

A Illica furono cinque le persone che persero la vita nel terremoto del 24 agosto 2016.

Cinque persone non sono un numero. Sono cinque assenze entrate per sempre nella storia di una comunità. Ricordarle non significa aggiungere dolore alla storia di questa frazione. Significa, al contrario, restituire alla storia il suo significato più vero.

Prima delle macerie c’era un paese. E dentro quel paese c’erano persone, famiglie, bambini, anziani, lavori, consuetudini, amicizie. C’era una comunità.

Il terremoto ha spezzato quella comunità e ne ha cancellato una parte per sempre. Per questo parlare della bellezza di Illica non può essere soltanto un esercizio di memoria sentimentale. Deve essere anche un atto di rispetto verso chi non c’è più.

Una lunga, intensa storia

Illica ha origini antiche. Le fonti la ricordano già nell’alto Medioevo: nel 1037 compare il toponimo Ilice, associato alla presenza di una chiesa dedicata a San Paolo; nel 1068 è documentato il castellum nostrum quod vocatur Hylica, in una donazione a Farfa. Il nome stesso è stato ricondotto alla presenza di boschi di lecci o elci.

Il paese che siamo abituati a ricordare, però, aveva soprattutto il volto delle sue case di arenaria. Il Comune di Accumoli indica per molti edifici l’origine tra Cinquecento e Seicento, conservando ancora alcune date incise sulle murature: il 1511 e il 1524. Sono tracce piccole, quasi domestiche, ma sufficienti a ricordarci che Illica non era un paese nato ieri, né un semplice agglomerato di case di montagna. Era – anzi, è – una comunità con una storia lunga e stratificata.

C’erano gli spazi della vita quotidiana. C’era la Piazza della Birba, nome oggi indissolubilmente legato alla memoria dell’abitato. Quella piazza apparteneva alla geografia concreta di Illica, a quella trama di vie, slarghi e case attraverso la quale un paese riconosceva se stesso.

Il mulino, il museo, la chiesa

Poco distante dal centro, la presenza dell’acqua aveva dato forma anche a un’altra parte della storia di Illica. Sul fosso si trovano i resti di un antico mulino. La documentazione comunale relativa alla ricostruzione descrive un fabbricato storico adibito anticamente a mulino ad acqua e ricorda il sistema di adduzione che alimentava le macine e consentiva la lavorazione del grano. È una delle testimonianze di quella economia rurale che per generazioni ha legato gli abitanti alla terra, ai corsi d’acqua e al lavoro.

A quella stessa memoria appartiene il Museo delle tradizioni contadine, dedicato a Franco Casini. Il terremoto del 2016 colpì anche la sede del museo. Gli oggetti furono recuperati dalla Protezione Civile e dall’Associazione Illica Onlus, che ebbe un ruolo fondamentale nella loro salvaguardia e nella successiva restituzione alla comunità. Nel settembre 2019 il museo riaprì nella nuova Casa della Cultura di Illica, realizzata grazie al progetto e alla raccolta fondi del M.A.R.I.C., con il contributo dell’Associazione Illica Onlus. Vi sono raccolti gli strumenti del lavoro nei campi e nei boschi, gli oggetti attraverso i quali una comunità racconta, senza bisogno di parole, il proprio modo di vivere. Il museo è, ancora oggi, anche il punto di riferimento della Festa della civiltà contadina, una manifestazione nella quale quegli oggetti tornano idealmente a parlare attraverso la rappresentazione degli antichi mestieri e delle attività quotidiane.

Ma il cuore storico e spirituale di Illica era anche la chiesa di San Paolo e San Francesco, posta poco fuori l’abitato. Il sito web comunale la descrive come una costruzione di struttura quattrocentesca e ricorda la presenza di importanti testimonianze artistiche: affreschi votivi, tra cui una Madonna che allatta datata 1494, altre immagini della Madonna e resti di un antico tabernacolo ligneo, oltre a tele del Seicento e del Settecento. Oggi l’edificio è gravemente compromesso dal sisma del 2016, ma conserva un’atmosfera straordinaria. Il terremoto del 24 agosto colpì duramente Illica e la sua chiesa. Le scosse successive, il 26 ottobre, provocarono ulteriori e gravissimi danni, con il crollo di una parte consistente del tetto e della parete esterna. Oggi quella ferita appartiene alla storia stessa del luogo. Ma la presenza della chiesa nei programmi della ricostruzione, con un intervento di riparazione e miglioramento sismico, dice anche un’altra cosa: ciò che è stato distrutto non viene considerato perduto, finché esiste la volontà di restituirlo alla comunità.

Illica aveva anche una cappella privata dedicata a San Francesco di Paola, fatta erigere nel 1730 da Angelantonio Pallotta, dignitario pontificio. L’iscrizione sulla facciata ne conservava la memoria restituendo, in poche righe latine, il gesto di un uomo che volle fondare una chiesa e stabilirne il patronato. È una testimonianza ulteriore di quanto la dimensione religiosa fosse profondamente inserita nella storia del paese.

E c’era – e c’è ancora – soprattutto, una comunità.

Il formaggio di Illica

Tra le realtà che hanno segnato la storia recente di Illica c’è la Cooperativa agricolo-zootecnica Rinascita ’78, che ha legato il proprio nome all’allevamento e alla trasformazione del latte, producendo formaggi e altri prodotti tipici della montagna accumolese. Dopo il terremoto del 2016, pur tra gravissime difficoltà e danni alle strutture, la cooperativa ha continuato la propria attività, mantenendo la produzione casearia e confermando il legame storico tra il territorio, la pastorizia e la lavorazione del latte.

Alla fine del Cinquecento Illica contava circa cinquanta fuochi, una consistenza significativa per un piccolo centro dell’Appennino. Le fonti ricordano inoltre alcune delle famiglie legate alla storia del paese e un suo figlio, il poeta a braccio Luigi Rendina. Sono elementi diversi, ma tutti riconducibili alla stessa realtà: Illica non era soltanto un luogo fisico. Era un paese abitato, costruito, tramandato.

Per questo il titolo non vuole essere soltanto un rimpianto.

Quanto era bella, Illica.

Bella nelle sue case di arenaria, nelle date scolpite sugli architravi, nella piazza, nel rumore dell’acqua che alimentava il mulino, negli strumenti conservati dal museo, nelle feste della comunità, nella chiesa di San Paolo e San Francesco con le sue immagini antiche. Bella perché ogni cosa aveva una funzione, una storia, un nome. E perché dietro ogni muro c’era qualcuno che lo aveva abitato, curato, ereditato.

Il terremoto ha spezzato quella continuità. Non ha però cancellato ciò che la documentazione, le pietre rimaste, le opere d’arte salvate e soprattutto la memoria della comunità insediata continuano a raccontare.

Raccontare Illica oggi significa allora evitare due tentazioni opposte: quella di trasformarla in una cartolina nostalgica e quella di ricordarla soltanto come uno dei luoghi devastati dal sisma del 2016.

Illica è stata, ed è, molto di più.

È una piccola comunità dell’Appennino con una storia documentata almeno dall’alto Medioevo, con edifici e testimonianze che raccontano secoli di vita, con una cultura materiale che il museo ha raccolto e custodito, con una chiesa che rappresenta un punto essenziale della sua identità religiosa e civile.

Il terremoto è entrato nella sua storia. Non deve diventare tutta la sua storia.

Perché prima delle macerie c’era un paese.

E quel paese, davvero, era bello.

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