Straniamento d’agosto
Custodire il dolore senza consegnargli l’intero futuro, vivere la gioia senza smarrire la memoria
C’è qualcosa di difficile da spiegare, a chi osserva da fuori, nel modo in cui agosto attraversa Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto. È un mese che appartiene da sempre al ritorno: tornano le persone i cui avi hanno lasciato questi luoghi per lavoro, tornano le famiglie, le amicizie, le voci, le tavolate, le feste. Per una parte del Paese agosto coincide con una pausa; qui, da sempre, coincide con una particolare forma di presenza.
Da dieci anni, però, agosto porta con sé anche un’altra dimensione, che si è sovrapposta alla precedente fino a renderle inseparabili.
In pochi giorni siamo chiamati a stare dentro emozioni lontanissime tra loro. Abbiamo attraversato il dolore profondo e composto del decennale del terremoto, con la memoria delle persone che abbiamo perduto e con il peso di una storia che continua a interrogare ciascuno di noi. E, quasi nello stesso tempo, abbiamo vissuto la frenesia della Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana, le strade animate, le persone insieme, la musica, le lunghe file per un piatto, la leggerezza di una serata estiva. Qualche giorno prima, a Grisciano di Accumoli, la Sagra della Gricia aveva registrato il tutto esaurito.
A guardarle superficialmente, queste esperienze sembrano appartenere a mondi incompatibili. Per chi vive qui, invece, appartengono alla stessa estate, alla stessa comunità, alle stesse persone.

È questa forse una delle condizioni più singolari che il terremoto ha prodotto nelle nostre comunità: la necessità di convivere con emozioni che chiedono tempi diversi e che pure si presentano contemporaneamente.
Il lutto chiede raccoglimento, silenzio, memoria. La festa chiede presenza, rumore, partecipazione. Il primo riporta lo sguardo verso ciò che è accaduto; la seconda lo trascina verso ciò che continua ad accadere. In mezzo ci siamo noi, con la nostra capacità — talvolta sorprendente, talvolta faticosa — di passare dall’uno all’altro registro senza che nessuno dei due cancelli l’altro. E, spesso, senza che gli altri se ne accorgano.
Forse è questo che oggi – all’indomani di una Sagra che ha spopolato registrando numeri da record – dobbiamo raccontare.
Una comunità colpita da una tragedia collettiva non vive in uno stato permanente di lutto. Il dolore entra nella sua storia, ne modifica la percezione del tempo, cambia il significato dei luoghi e delle ricorrenze, ma la vita continua a produrre desideri, incontri, occasioni, risate, tavolate, musica. E ogni volta che una piazza si riempie, quella vita torna a chiedere spazio.
Questo passaggio può generare perfino un senso di estraneità. Ci si può ritrovare, nel giro di pochi giorni, davanti alle fotografie dei nostri morti e poi in mezzo a migliaia di persone venute per la Sagra; si può partecipare a una commemorazione e ritrovarsi due giorni dopo ad ascoltare musica, a incontrare amici, a parlare, a mangiare insieme. Sono emozioni entrambe autentiche. Nessuna delle due ha bisogno di giustificare l’altra.
La memoria e la festa appartengono allo stesso territorio perché appartengono alla stessa comunità
C’è anche un’altra ragione per cui agosto assume, da queste parti, un significato particolare. È il mese nel quale il territorio torna temporaneamente a una densità umana che durante il resto dell’anno può sembrare lontanissima. Tornano gli emigrati, i figli e i nipoti di chi è partito, gli amici delle estati di sempre. Le feste patronali, le sagre, gli appuntamenti culturali hanno storicamente avuto anche questa funzione: ricomporre, almeno per qualche settimana, una comunità dispersa.
Dopo il 24 agosto 2016, questa funzione si è caricata di un significato ulteriore. Il ritorno ad agosto è diventato anche un ritorno nei luoghi della memoria. Le persone che rientrano trovano strade cambiate, paesaggi trasformati, case che appartengono ancora al futuro della ricostruzione, ma ritrovano anche riti che hanno resistito. La tavola, le feste, le sagre, gli incontri costituiscono una grammatica della continuità.
Ed è significativo che proprio il cibo occupi un posto così centrale in questo racconto.
L’Amatriciana, la Gricia, i prodotti del territorio sono materia concreta: qualcosa che si prepara, si offre, si condivide. Attorno a un piatto si ricostituisce per qualche ora una dimensione elementare della comunità. Persone che magari non si incontrano da un anno si ritrovano allo stesso tavolo; chi è partito ritorna; chi vive qui tutto l’anno accoglie chi torna. La gastronomia diventa così anche una forma di relazione.
Questo non significa attribuire alla festa un compito che non le appartiene. Significa riconoscere ciò che accade quando una comunità torna a riunirsi.
In questi giorni, ad Amatrice come ad Accumoli e ad Arquata, abbiamo dunque attraversato una sequenza emotiva che può apparire straniante soltanto se immaginiamo che il dolore debba occupare tutto lo spazio oppure che la festa debba sospenderlo. La realtà è più complessa e, forse proprio per questo, più umana.
Forse è proprio questa possibilità a dirci qualcosa della natura profonda di una comunità: la capacità di custodire il dolore senza consegnargli l’intero futuro e, allo stesso tempo, di vivere la gioia senza smarrire la memoria.
Il tempo dei ritorni e il tempo della memoria
Agosto, qui, è diventato il mese nel quale questa complessità emerge con particolare evidenza. Il mese dei ritorni coincide con il mese della memoria. Il mese delle piazze piene coincide con quello in cui quelle stesse piazze ci ricordano chi manca. Il mese delle sagre porta con sé il ricordo delle estati che le hanno precedute e, inevitabilmente, di quella del 2016, quando la nostra normalità si è interrotta.
Forse dobbiamo smettere di cercare una conciliazione fra queste emozioni. La loro compresenza è, in realtà, una forma di verità.
Una comunità ferita continua a vivere attraverso i propri riti, e nel momento in cui li rinnova sta incorporando la propria storia. Ogni tavolata, ogni incontro, ogni festa di agosto porta con sé anche l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci. Ogni memoria, a sua volta, si colloca dentro una comunità che continua a generare futuro.
È una condizione difficile, talvolta persino spiazzante. Ma è anche una delle forme più concrete attraverso cui Amatrice, Accumoli, Arquata e le altre comunità dell’Appennino stanno costruendo il proprio dopo.





