LEONESSA
Il viaggio in Turchia di Eufranio Desideri, ovvero San Giuseppe da Leonessa
Le torture, l’epica, il martirio del figlio del mercante di lana
Non ha bisogno di essere presentato, Amatrice e Leonessa basano la loro antica rivalità sul possesso dei suoi resti e nei secoli ben poco di questo è mutato.
Dal 10 al 13 settembre Leonessa festeggia il suo santo con una serie di interventi ed iniziative culturali per far conoscere la figura tanto amata nella sua storicità di frate Cappuccino, missionario, dalla vita e dalla morte estremamente avventurose.
Da Eufranio Desideri a fra Giuseppe
Nasce a Leonessa da famiglia abbiente, di classe mercantile, impiegata in quel contesto di produzione e vendita tessile del comparto lanario che ha determinato il successo della città.
Come San Francesco prima di lui, anche Eufronio rinuncia a quell’agiata vita per rispondere alla chiamata missionaria e dopo otto anni dall’ordinamento ad Amelia (TR), Sisto V gli accorda il permesso del viaggio di evangelizzazione in Turchia, nell’odierna Istanbul che al tempo tutto il mondo conosciuto chiamava Costantinopoli, una delle capitali dell’Impero Ottomano.
La missione a Costantinopoli
Le guerre di matrice economica e territoriale, oggi come allora, si ammantavano di santità ed Eufronio, ormai Giuseppe, aveva deciso di votarsi alla difesa e al supporto della minoranza cristiana, in special modo si adoperò per i prigionieri, ma venne rinchiuso a sua volta per i ripetuti tentativi di introdursi a palazzo a Topkapɪ per avere un colloquio diretto e privato con il Sultano al fine di ottenere la sua conversione al cristianesimo.
Anche in questo caso fu ispirato da San Francesco che, secoli prima, tentò di convertire Malik al-Kamil, il Sultano d’Egitto.
Nessuno dei due ottenne il risultato sperato, ma mentre Francesco trovò presumibilmente rispetto e apertura mentale in Malik, non avvenne lo stesso per Giuseppe che attraversò quell’inferno in terra di ferro, fuoco e sangue, che lo hanno reso martire e poi santo.
La Pena del Gancio e la liberazione
Per tre giorni venne appeso con una mano e un piede trafitti da ganci che dilaniavano i suoi palmi; fu acceso un fuoco sotto di lui e venne arso vivo dal sultano Murad III, nipote nientemeno che di Solimano il Magnifico.
Sopravvisse e questo racconto si trasformò in un suggestivo esempio di epica martiriale per le fonti agiografiche cristiane successive che raccontarono l’ammirazione del Sultano per la tenacia, la resistenza e soprattutto per la sopravvivenza di Giuseppe dopo le torture inflitte con tanta solerzia e menzionano anche la miracolosa liberazione per mano angelica.
Le fonti storiche riportano invece l’intercessione di un più umano diplomatico, l’Ambasciatore della Repubblica di Venezia che si frappose per la sua liberazione, ottenendo la condanna all’espulsione dall’Impero Ottomano.
Il ritorno e l’impegno sociale
Da quel tragico momento non si diede per vinto e continuò la sua opera nel centro di quella che un giorno poi potrà essere chiamata Italia, dedicandosi a chiunque avesse avuto bisogno, diventando una delle figure sacre di XVI secolo più amate.
Il suo impegno fu sociale, reale, pratico, adoperandosi per la fondazione di Monti Frumentari e Monti di Pietà a sostegno della popolazione nei momenti più duri in territori continuamente attraversati da guerre e carestie.
Portò per sempre con lui i segni fisici della “Pena del Gancio”, ma le sue mani segnate si riempirono di carità e a distanza di quattro secoli, nel 1952, divenne patrono delle opere missionarie in Turchia, dopo aver ottenuto la beatificazione a meno di due secoli di distanza dalla sua morte e la canonizzazione immediatamente dopo.
