Il futuro nasce dalla ricostruzione: “Le imprese locali stanno dando speranza a chi vuole tornare”
Il focus del convegno promosso da ANCE Rieti e Unindustria nell’ambito della XV Fiera Mondiale del Peperoncino è il cambio di prospettiva e la maggiore fiducia trasmessa dalle aziende, grazie al loro lavoro.
Non un convegno sulle ordinanze e sui tecnicismi, ma un’occasione per dire chi ha tenuto in piedi la ricostruzione in questi dieci anni. È questo il filo che ha attraversato “Il futuro nasce dalla ricostruzione”, l’incontro che si è svolto mercoledì 2 settembre nell’Area Convegni “Spazio Italia” di piazza Cesare Battisti a Rieti, promosso da ANCE Rieti e Unindustria all’interno del programma della XV Fiera Mondiale Campionaria del Peperoncino. Un appuntamento arrivato a pochi giorni dal decennale del sisma, con il Commissario straordinario Guido Castelli, il Questore della Camera Paolo Trancassini, l’assessore regionale alla Ricostruzione Manuela Rinaldi, il sindaco di Rieti Daniele Sinibaldi, il presidente di ANCE Rieti Roberto Bocchi e il presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo, a cui sono state affidate le conclusioni.
La partenza del confronto è stata segnata dall’intervento di Bocchi. Il presidente di ANCE Rieti ha ricordato “l’abisso da cui siamo partiti”, quando “si parlava di territori condannati all’abbandono definitivo, di un museo a cielo aperto del passato”: profezie che, ha detto, sono state sconfitte da “una ricostruzione oggi palpabile, fatta di gru”, con oltre 2 miliardi di risorse programmate e un valore generato pari a 2,5 volte ogni euro investito. Le maestranze, per Bocchi, “sono il vero miracolo di questa ricostruzione”, e l’obiettivo di ANCE è farne anche un modello di sicurezza sul lavoro, oltre che un “hub di conoscenza” per le competenze acquisite in questi anni.
Il Commissario straordinario, il Senatore Guido Castelli, ha diviso questi dieci anni in due fasi. Fino al Covid, ha spiegato, si è pensato che il modello emiliano fosse quello giusto, ma i procedimenti sono stati accompagnati da “un’ossessione formalista”, dal non fidarsi di nessuno, con il risultato che nessun cantiere partiva: “C’era chi stimava la fine della ricostruzione nel 2053…”. Dopo la pandemia, con la semplificazione delle procedure, le cose sono cambiate: “Ogni anno liquidiamo alle imprese 2 miliardi. Sono passati dieci anni dal terremoto, ma la ricostruzione è cominciata molto più tardi”. La direzione, per Castelli, è chiara: “Non bisogna ricostruire dov’era e com’era, ma come è meglio”. L’obiettivo è concludere la ricostruzione entro il 2035.
L’onorevole Paolo Trancassini, Questore della Camera dei Deputati, ha portato l’esperienza di sindaco di Leonessa nei giorni successivi al sisma: “Avevamo capito che le imprese davano il segnale che non eravamo fermi, che non eravamo morti. Quando funzionano loro, funzionano tutti gli altri comparti”. Oggi, ha detto, “nell’amatriciano è tutto un cantiere e il problema semmai è gestirli e controllarli, non la loro assenza. Il presente è buono”. Sulla prospettiva, Trancassini ha rivendicato una distinzione che a suo dire è entrata nel recente decreto PA: “Si è preso atto, con coraggio, che Accumoli, Amatrice e Arquata sono un’altra cosa rispetto al resto del cratere, perché qua si tratta di rifondare delle città. Per le altre comunità si investe invece in progetti di rilancio dell’economia, e ci si aspetta progettualità da Comuni e imprese, senza disperdere risorse”. Con un invito alle amministrazioni locali a “non far soffrire le imprese locali”.
L’intervento più atteso, per chi guarda alla ricostruzione dalla Conca Amatriciana, è stato quello di Gaetano Galli, presidente e socio fondatore di Consorzio Stabile Matrix, tra i principali attori della ricostruzione dell’amatriciano, presente in qualità di referente di ANCE Rieti per il Coordinamento Sisma 2016, l’organo che ANCE nazionale ha messo a disposizione delle associazioni territoriali per raccogliere i problemi della ricostruzione e portare soluzioni all’attenzione del Commissario.
Galli ha scelto di non parlare di norme, ma di aziende. E lo ha fatto ripercorrendo cronologicamente questi dieci anni, a partire da una testimonianza personale: la notte del 24 agosto 2016 era ad Amatrice, nella piazza dove il terremoto ha fatto più vittime. “Immediatamente dopo si è attivata la macchina dei soccorsi: Vigili del Fuoco, unità cinofile, Protezione Civile, Forze dell’Ordine, e dobbiamo ringraziarle tantissimo. Ma sopra quelle macerie c’erano anche tutte le imprese del territorio, che si sono mosse all’unisono, insieme a quelle vicine. Con la loro professionalità, i loro macchinari e i loro uomini sono riuscite a salvare tantissime vite umane”.
Da lì in avanti, ha ricordato Galli, quelle stesse imprese hanno portato container e realizzato piccole urbanizzazioni per allevatori e agricoltori che non potevano allontanarsi dai propri terreni, hanno costruito le platee e le opere di urbanizzazione delle aree SAE (“solo loro potevano farlo: le aziende esterne, con una logistica completamente compromessa, non avevano dove far dormire e mangiare il proprio personale”), hanno riaperto il Corso di Amatrice nel 2017 e tirato su molte chiese provvisorie. E quando il Superbonus 110% offriva su tutto il territorio nazionale un listino molto più vantaggioso del prezzario del sisma, “le uniche aziende che hanno continuato a portare avanti la ricostruzione sono state quelle territoriali, dando speranza a chi voleva tornare nella propria casa”.
Il ragionamento si è poi spostato su ciò che queste imprese rappresentano oggi per le aree interne. Si sono strutturate e sono cresciute, creando posti di lavoro “buoni, cioè a tempo indeterminato”, che danno stabilità alle famiglie e sono “un argine contro lo spopolamento, la vera piaga di questo periodo“. Lavorano con una filiera quasi interamente locale, per cui gran parte del contributo pubblico che passa attraverso di loro resta sul territorio. E c’è un aspetto meno misurabile ma decisivo: “Le persone che lavorano in queste aziende costruiscono strutture e nuovi scenari, ma allo stesso tempo si ricostruiscono a livello morale e psicologico. Questa positività è trainante per tutta la comunità alla ricerca di una nuova normalità”.
La chiusura è un impegno e un auspicio insieme: “Siamo pronti per gli anni che rimangono di questa ricostruzione. Vogliamo essere il faro per le altre imprese, d’esempio nella legalità, nella sicurezza e nella qualità. Abbiamo bisogno che le istituzioni ci siano vicine come lo sono state finora”. E un ringraziamento ai collaboratori “che ormai da anni lavorano incessantemente, in un lavoro faticoso sia a livello fisico sia mentale”, con la speranza di “rincontrarci qui tra pochi anni a parlare di una ricostruzione avvenuta e del ruolo determinante che hanno avuto le aziende territoriali”.
Nelle conclusioni il presidente di Unindustria Giuseppe Biazzo ha sintetizzato la giornata: le aziende hanno garantito continuità ai cantieri e qualità alle opere, ma ora servono rapidità e “una visione di sviluppo più ampia”.
“È emerso con chiarezza – sono le parole della sua dichiarazione – quanto il contributo delle imprese sia stato importante nel garantire continuità ai cantieri e qualità alle opere, in una fase che oggi richiede rapidità, una maggiore accelerazione e una visione di sviluppo più ampia per portare a termine la ricostruzione entro il 2035, come ha affermato il Commissario straordinario Guido Castelli”.
“Sono stati fatti passi in avanti significativi, ma la sfida dei prossimi anni sarà trasformare questo enorme lavoro in un modello stabile di crescita per le aree interne. Non basta completare gli edifici: occorre intervenire sulle infrastrutture, sui servizi, sulla capacità dei territori di attrarre attività economiche e trattenere popolazione. È un tema che riguarda da vicino l’intero sistema produttivo regionale”.
“Sono emerse criticità note, come la necessità di allineare la ricostruzione privata alle opere di urbanizzazione e di rendere più snelli gli iter amministrativi. Sono aspetti che incidono direttamente sulla velocità dei cantieri e sulla possibilità per famiglie e imprese di tornare a vivere e lavorare nei comuni del cratere. Su questo punto, la collaborazione tra istituzioni e filiera produttiva resta decisiva. Le imprese hanno dimostrato solidità e responsabilità: ora serve un quadro amministrativo e infrastrutturale all’altezza delle loro capacità. Il lavoro avviato deve diventare un’opportunità di sviluppo duratura per l’Appennino centrale. Come Unindustria continueremo a monitorare l’andamento complessivo della ricostruzione e a dare tutto il nostro supporto per il rilancio del territorio”.
È, in fondo, la stessa richiesta arrivata da Galli. Dieci anni dopo, la ricostruzione dell’Appennino centrale ha un motore riconoscibile nelle aziende del territorio.
Il resto, dalle strade alla connettività, dai servizi alle procedure, è ciò che decide se quel motore porterà davvero le persone a tornare.





