Il piatto della 60ª Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana: simboli d’identità

Il piatto della 60ª Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana: simboli d’identità

Dalla Torre Civica alla Filetta, dal saltarello alla moneta Fidelis Amatrix: Cinzia Campagnoni racconta Amatrice attraverso i simboli del piatto celebrativo

Cinzia Campagnoni è la più nota illustratrice di Amatrice, ha realizzato numerosi manifesti della sagra e di eventi locali e i suoi soggetti sono stati dipinti a mano e stampati sui piatti realizzati in occasione della 50ª edizione e della 60ª.

Il piatto della sagra che non c’è stata: il piatto di Aldo

Il piatto del 2016 è una rarità: era stato prodotto, consegnato in Pro Loco e pre-acquistato in pochissimi esemplari tra i collezionisti più agguerriti, primo fra tutti Aldo Santini, la cui devozione alla Pro Loco ha permesso la salvaguardia di almeno due esemplari sottratti fortuitamente al tragico crollo della sede storica lungo Corso Umberto I.

Rappresentava in chiave araldica i simboli degli ingredienti dell’amatriciana riprendendo i versi del poeta Carlo Baccari “la pecora mite e il bravo maiale donarono insieme formaggio e guanciale”.

Il piatto della 60ª edizione

Ben diverso è stato il destino del piatto del 2026 presentato alla mostra organizzata dalla Cooperativa di Comunità Radici e Ali di Amatrice e Accumoli e venduto in gran quantità direttamente alla sagra, apprezzato da amatriciani e turisti.

Cinzia negli anni ha realizzato tre dischi illustrati con i simboli della città, dei mestieri e della socialità amatriciana in colori diversi, che sono stati i soggetti dei manifesti delle ultime tre edizioni e la versione del 2026 è diventata anche il motivo della ceramica.

“Figure femminili che guardo da quando sono piccola, architetture familiari che incontravo ogni anno – dice Cinzia riguardo ai soggetti del piatto – ho messo tutto insieme e ogni immagine diventa un modo per comunicare questo territorio dove il tempo adesso si calcola in “prima” e “dopo”.”

Il saltarello e i suoi strumenti

Le figure sono sempre donne, le nostre madri, le nostre menti e le nostre sante, a partire dall’antenata comune rappresentata dalla ballerina di un forsennato saltarello suonato con gli strumenti alla sua destra: l’organetto, la tamburella e le ciaramelle.

Alla sua sinistra la conca di rame, simbolo della donna e ancor di più della sposa che la riceveva per la sua nuova casa e ancora oggi la regaliamo ai matrimoni.

La Torre Civica

“Le serate sotto la torre, la musica che si ascoltava per il Corso, il saltarello che faceva perdere il fiato” continua Cinzia Campagnoni. La Torre non è solo un monumento medievale di XIII secolo, è stato anche sempre un punto di ritrovo e un luogo di socialità: il gelataio, gli scalini della vecchia chiesa di San Giovanni, i concerti di pianobar e di artisti emergenti in Piazza Cacciatori del Tevere.

Il monumento è di chi lo vive e non rimane fermo nel tempo, segue la vita di chi lo circonda e anche il suo segno cambia: da simbolo della municipalità medievale, di controllo del tempo con il suo orologio, oggi è simbolo del suo fermarsi alle 3.36 e del ripartire come dopo aver trattenuto a lungo il respiro.

Riparte insieme alla città che sta riprendendo forma lentamente intorno a lei.

Il rosone di Sant’Agostino. la chiesa degli amatriciani

“Oltre al piatto troviamo qualcosa che ci unisce” continua l’illustratrice e grafica amatriciana, e ciò che ci unisce al di là della fede, è l’identità e la necessità di stare insieme, che sia per la sagra o per aspetti più sacri per la collettività.

Era ed è la chiesa di XV secolo in cima ad Amatrice, all’inizio del Corso, visibile quasi a 360° e riferimento spaziale tanto quanto la Torre Civica.

Il rosone marmoreo, bianco, spiccava sulla struttura in arenaria locale legata con malta sabbiosa che si sgretolava passandoci le mani mentre si passava sotto Porta Carbonara alla sua destra.

Pecore-nuvole e montagne

L’identità amatriciana non può prescindere dalla presenza animale e le pecore sono state ricchezza, sostentamento e compagnia nel nostro passato di società transumante.

La pastorizia era strettamente legata all’economia della montagna e viceversa, senza la montagna essa non ci sarebbe stata e il nostro popolo avrebbe preso una strada diversa, non saremmo stati quello che siamo oggi.

Un popolo forte, duro come l’arenaria, paziente come i cani da pastore.

La Filetta

L’amatriciano ama la sua patrona e la sua chiesa in mille modi diversi, ma quello che Cinzia ha voluto rappresentare al di là del simbolismo della facciata della chiesa rurale di Santa Maria dell’Ascensione a Filetta e del cammeo considerato reliquia, sono i ricordi dei giorni di festa.

La processione, le famiglie in marcia, l’escursione e il tradizionale picnic sul prato, tutti insieme a mangiare e a condividere

La Madonna dell’Icona

Nell’anno della scoperta dell’America gli abitanti di frazione Fiumata donarono alla chiesa dell’Icona Passatora l’affresco della “Vergine in trono col Bambino, che sorregge una città”. Sembra opera di Carlo Crivelli, ma probabilmente non lo è e poco importa: i paesani volevano l’aiuto della Madonna perché il fiume Tronto in piena aveva distrutto tutto, ancora una volta.

Non importa neanche che città sia effettivamente rappresentata in mano alla Madonna, perché per tutti gli amatriciani quella è senza ombra di dubbio la loro Amatrice medievale e tanto basta per essere uno dei nostri simboli più cari.

La moneta Fidelis Amatrix

“Il cavallino” come viene chiamato affettuosamente per via del recto che raffigura, appunto, l’animale in atteggiamento andante; per gli amatriciani è più un simbolo della città e del suo passato che una nozione da immagazzinare e tenere a mente.

Venne battuta ad Amatrice nel 1486 dietro concessione del re Ferdinando d’Aragona, raffigurato dal lato che non vediamo, il verso, per premiare la fedeltà (Fidelis) di Amatrice (Amatrix) durante la celebre “Congiura dei Baroni” , la rivolta della nobiltà feudale fomentata da papa Innocenzo VIII.

Per gli amatriciani è “il cavallino”, un simbolo che si impara ad amare fin da piccoli proprio per la presenza dell’animale.

La Sibilla Ellespontica di Cola

Un’altra donna, anzi la seconda parte di una celebre tavola del XVI secolo di Cola Filotesio che decora l’altare della chiesa di San Francesco in Ascoli con la Sibilla Ellespontica rappresentata su questo piatto e la Sibilla Frigia illustrata da Cinzia nell’artwork 2023.

Una donna che ha tanto da dire, spesso confusa con la Sibilla delle nostre fiabe; al di là di questo le Sibille trovano spazio nell’arte sacra per la loro previsione della nascita di Cristo desunta da ciò che restava dei Libri Sibillini precedenti alla primissima Epoca Regia Romana interpolati successivamente dalla cultura cristiana tramite modifiche e soprattutto esegesi.

Ogni ricetta racconta una storia e il popolo che l’ha inventata per autosostentarsi o per i giorni di festa, ma è la ceramica quella che resta nei millenni, nonostante tutto.

 

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