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Non lasciamo che sia passato

Non lasciamo che sia passato

La memoria dei morti, nelle parole di Piccinonna e Zuppi, diventa responsabilità dei vivi

Non serve aggiungere un’altra cronaca a quella che, in questi giorni, ha riportato il terremoto al centro dell’attenzione. Le immagini, le commemorazioni, le parole delle istituzioni, i bilanci della ricostruzione hanno occupato, giustamente, le pagine e gli schermi di quasi tutte le testate nazionali e locali.

È un’altra cosa, forse, che vale la pena provare a comprendere: che cosa accade a una comunità quando il tempo della tragedia diventa tempo della memoria e cosa accade ora, all’indomani del “decennale del grande sisma”.

Perché dieci anni non sono soltanto una misura cronologica. Sono una distanza. E ogni distanza modifica il rapporto con ciò che è accaduto.

All’inizio c’è l’evento. Poi c’è l’emergenza. Poi la ricostruzione, con le sue tante criticità e con i suoi mille perché. Infine – e, in realtà, contemporaneamente – arriva il tempo, più difficile da nominare, nel quale una comunità deve imparare a convivere con un’assenza che non è più un fatto “recente”, ma è diventata parte della propria storia.

La memoria come responsabilità

È in questo passaggio che le parole pronunciate durante la Santa Messa di domenica sera ad Accumoli da mons. Vito Piccinonna e quelle di ieri ad Amatrice dal cardinale Matteo Zuppi acquistano un significato che va oltre la celebrazione del decennale.

Piccinonna ha riportato la memoria alla sua dimensione più esigente: non solo custodia del passato, ma “responsabilità”. Ricordare i propri morti significa, nella prospettiva di Sua Eccellenza, assumere un compito nei confronti dei vivi, del territorio, della comunità. La memoria non è dunque soltanto ciò che impedisce alla morte di essere dimenticata; è ciò che obbliga i vivi a interrogarsi su ciò che faranno della vita che è rimasta. “Non è il tempo di puntare il dito – ha detto – è il tempo del silenzio. E il silenzio è necessario perché ci fa vedere le cose con maggiore lucidità”: è in questa ottica che il Vescovo Vito ha inserito questo concetto cruciale della “responsabilità”. Con la sua autorevole pacatezza, ci ha messo – tutti – davanti alle incombenze di ciascuno di noi, ha ricordato a tutti i presenti i rispettivi doveri. E anche il Presidente Mattarella ha parlato di “responsabilità collettiva”, quella di “ripristinare la normalità spezzata”.

Zuppi ha pronunciato una parola altrettanto impegnativa: “rinascere”. E l’ha sottratta alla retorica dell’ottimismo, legandola alla necessità di ricostruire le comunità, le relazioni, la speranza. Non soltanto i luoghi.

Il legame tra i morti e i vivi

È significativo che, a dieci anni di distanza, il discorso torni dunque a concentrarsi non sulle macerie, ma sulla relazione fra i morti e i vivi, e in termini – anche – pratici, concreti. È forse questo il tema più profondo di ogni memoria collettiva.

Una comunità non ricorda i propri morti soltanto perché non vuole dimenticarli. Li ricorda perché, attraverso di loro, definisce anche se stessa. I morti appartengono al passato, ma continuano ad avere un posto nel presente dei vivi. Le loro storie diventano parte dell’identità di chi resta; i loro nomi entrano nei rituali, nei racconti familiari, nei luoghi, nelle ricorrenze. La morte, in questo senso, non interrompe il legame sociale, ma lo trasforma.

È una delle ragioni per cui gli anniversari hanno una funzione che va ben oltre la commemorazione. Ripetendo un rito, una comunità non si limita a ricordare un fatto: si riconosce nuovamente come comunità. Con le sue responsabilità.

Ci si ritrova nello stesso luogo. Si pronunciano gli stessi nomi. Si compiono gesti che, nella loro ripetizione, sottraggono la memoria all’oblio individuale e la affidano a una dimensione collettiva.

Quando ricordare significa anche rinascere

Ma proprio qui si apre una questione delicata. Che cosa accade quando il ricordo diventa così importante da rischiare di trasformarsi in una forma di permanenza nel passato?

Una comunità ferita ha bisogno della memoria per non disperdersi, ma può avere altrettanto bisogno di non essere condannata a vivere soltanto della propria perdita. È la tensione che sta dentro la parola di Zuppi: rinascere anche per onorare chi non c’è più. È, forse, una delle forme più antiche del rapporto fra i vivi e i morti.

In questa prospettiva, le parole di Piccinonna sulla responsabilità e quelle di Zuppi sulla rinascita finiscono per incontrarsi. La memoria consegna un’eredità, la responsabilità decide che cosa farne, la rinascita è il momento in cui quell’eredità torna a produrre vita.

Non è una questione soltanto religiosa e non è neppure soltanto una questione legata al terremoto del 2016. Riguarda ogni comunità che attraversi una perdita tanto grande da modificare per sempre la propria idea di sé.

Ricordare non significa trattenere il tempo, significa accettare che il tempo passi senza consentire che ciò che abbiamo ricevuto venga cancellato.

Ed è forse questa, dieci anni dopo, la domanda più seria che possiamo porci: non soltanto che cosa abbiamo perso quella notte, ma che cosa, di ciò che abbiamo perso, saremo riusciti a trasformare in futuro.

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