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Paesaggio e natura

Monte Velino, liberati 25 grifoni per rafforzare la popolazione appenninica

25 esemplari liberati nella Riserva Naturale Orientata Monte Velino dall’Associazione Rewilding Apennines ETS

Uno “straniero” a casa sua: sembra essere questo il grifone euroasiatico (Grypus fulvus) sull’Appennino Centrale, una specie che ha nidificato qui in passato e che col tempo è diventata sempre più rara.

Una piccola comunità in aiuto della biodiversità di questo ecosistema montano è venuta dalla Spagna: 25 esemplari su 60 previsti in un progetto triennale per incentivare e sostenere la presenza del gruppo già insediato negli anni ’90 da parte del Reparto Carabinieri Biodiversità Castel di Sangro.

Prendersi del tempo per sentirsi a casa

Dopo essere stati trasportati in Italia, questi giovani grifoni hanno passato un lungo periodo di acclimatamento da marzo ad ottobre, circa 6 mesi per abituarsi alla temperatura media del Monte Velino e alle caratteristiche climatologiche.

Dopo questo periodo gli esemplari sono stati ritenuti pronti ad involarsi e sono stati liberati nei primi giorni di ottobre, muniti di dispositivo GPS per essere monitorati nei movimenti, negli schemi abitudinari e nello stato di salute, nonché per individuare gli animali caduti vittime dei bracconieri.

Una concatenazione di nefasti eventi

Il problema principale dell’alta mortalità dei rapaci diurni, come i grifoni, o notturni come gufi e civette, è il veleno somministrato a quelli che per gli umani sono parassiti, come i topi, ma che per gli uccelli rapaci e per i mammiferi predatori sono cibo e a loro volta possono essere il pasto di qualcun altro.

Il veleno passa dalla preda al predatore determinandone la morte, tanto che non sono quasi mai i rapaci i diretti destinatari del veleno; un’altra causa di morte è l’elettrocuzione su cavi elettrici e, non ultimo, anzi, il bracconaggio per la vendita illegale di animali vivi e di esemplari deceduti da impagliare.

Il grifone è il miglior amico della montagna

I grifoni, con la loro identità di rapaci diurni saprofagi costituiscono motivo di beneficio a tutto l’ecosistema, compresa la specie umana e l’attività di allevamento ovino e bovino, riducendo le infezioni legate alla presenza di carcasse in decomposizione, soprattutto presso gli specchi d’acqua e gli abbeveratoi. Impedisce inoltre la diffusione delle malattie.

Uccelli così maestosi, della cui specie si potrebbe avere una concezione quasi “esotica”, ma la cui presenza è radicata nell’Appennino da millenni, costituiscono grandi opportunità per gli equilibri ambientali, sono una ricchezza per la biodiversità della montagna e della vallata.

Nel tempo stabilito per il progetto verranno reintrodotti 60 esemplari totali per implementare la comunità presente che attualmente conta circa 350 uccelli con circa 64 coppie per le quali è stata riscontrata la nidificazione.

Chi tutela i grifoni del Monte Velino?

I soggetti reintrodotti verranno costantemente monitorati e tramite parametri biometrici, rilevazione con il GPS e visite veterinarie, i responsabili e gli scienziati del progetto European Wildlife Comeback Fund di Rewilding Europe. il centro GREFA, i Carabinieri del CITES e il Reparto Carabinieri Biodiversità di Castel di Sangro, avranno sotto controllo la situazione anche dal punto di vista dei decessi, dato importante per lo stato di salute e la stabilità del gruppo.

Importante sarà anche l’aspetto dell’interazione con chi sulla montagna ci lavora, come pastori e allevatori e come la popolazione di grifoni vi andrà positivamente ad influire, così come per gli aspetti turistici della pratica sempre più apprezzata e diffusa del birdwatching.

Un’attività via via apprezzata anche dai più giovani che hanno cominciato a stabilire autonomamente nuove modalità di vivere la montagna attraverso esperienze uniche come ammirare il volo dei grifoni, concedersi alle experiences, praticare attività di esplorazione e godersi momenti di tranquillità da soli o in compagnia in mezzo alla natura.

SCHEDA: Grypus fulvus

Con i suoi circa 3 metri di apertura alare, è uno degli uccelli più grandi dell’appennino e può arrivare a vivere tra i 30 e i 40 anni, iniziando potenzialmente a riprodursi attorno ai 7 anni, pur deponendo un unico uovo bianco con piccolissime macchioline color ruggine che covano per più di due mesi. Da tutti questi parametri si evince quanto sia importante la tutela della specie e favorirne la riproduzione, dato che in passato il loro numero era vertiginosamente crollato e ancora nel precedente decennio era considerata una specie minacciata.

La loro alimentazione è strettamente saprofaga, cioè si nutre di animali deceduti, non caccia, è uno “spazzino”, consuma carne e talvolta ossa, di esemplari di numerose specie, che trova privi di vita.

Predilige le carcasse dei grandi mammiferi e il suo aspetto rivela la specializzazione del suo becco, del naso e del suo piumaggio per il consumo di carne: il collo è rivestito di sottile piumaggio per maggiore facilità nell’inserimento della testa nelle carcasse, il becco è molto appuntito, robusto e adunco per strapparne le carni.

Ha la capacità di raggiungere i 6000 metri di altezza e planare per lunghissimi tratti al fine di identificare le “prede” presso le quali nutrirsi.

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