La dote di Guaza

La dote di Guaza

Un viaggio nella geografia perduta del territorio

Ci sono documenti che raccontano più di quanto sembrino dire. Non soltanto perché conservano nomi, proprietà e confini, ma perché, attraverso quelle parole lontane, restituiscono per un istante un paesaggio antico, forse non troppo dissimile da quello che abbiamo ancora oggi sotto gli occhi, per certi aspetti.

È il caso della dote di Adelberga, detta Guaza, uno dei documenti più interessanti per la conoscenza del territorio summatino. Siamo nel 1085. Guaza, con il consenso del fratello e dei figli, decide di vestire l’abito monacale e dona alcuni dei propri beni e castelli all’abbazia di Farfa. Probabilmente si tratta di una donna rimasta vedova, che sceglie il velo e, nel momento in cui cambia la propria condizione di vita, dispone dei beni che possiede e ne fa uso per donare la sua esistenza a una tardiva, ma forse non per questo meno sincera, vocazione.

La sua dote, però, è molto più di un atto patrimoniale. Leggendola oggi, quasi mille anni dopo, quella lunga enumerazione di castelli, terre, boschi, chiese e località diventa una sorta di mappa del territorio. Una mappa scritta con le parole del Medioevo, nella quale molti nomi sono scomparsi, altri si sono trasformati, altri ancora sono rimasti sorprendentemente riconoscibili.

Fra le proprietà di Guaza compare infatti unum castellum nostrum quod vocatur Tregione, il nostro castello chiamato Tregione, l’odierno villaggio di Casteltrione.

Ma il documento non si ferma qui. C’è un altro castello, Vallis Lucida, c’è un poggio chiamato Fagezone, l’odierna Faizzone; c’è il castello di Hilica, Illica, il cui toponimo è noto dall’VIII secolo. E poi una sequenza di luoghi: Villa Frigida, Canniano, Cornello, Preta, Soppe, Marte, Balzano, Canaliccle, Villa Magna, Pastina, Summati, Flagiano, Petroniano.

Molti di questi nomi ci parlano ancora.

Cornello è l’odierna Cornillo Nuovo. Preta ha conservato il proprio nome. Soppe è Soppo. Canaliccle riconduce all’attuale area di Canalecchie. Flagiano è Flaviano, nel riferimento a San Lorenzo a Flaviano. Summati è la stessa denominazione che riconduce all’area summatina, con il toponimo che oggi ritroviamo nella frazione Sommati di Amatrice.

Altri, invece, restano ancora in attesa di essere ricondotti con certezza alla geografia attuale, ed è forse proprio questa parte incompleta della ricerca a rendere il documento ancora più affascinante. La storia del territorio non è sempre una storia di certezze acquisite. Talvolta è fatta anche di nomi che resistono sulla pergamena e che attendono qualcuno capace di riconoscerli.

Il castello di Tregione

Il documento del 1085 non parla genericamente di una terra o di un fondo: parla di un castellum. Casteltrione, dunque, ha alle proprie spalle una storia che precede di molti secoli quella che oggi possiamo leggere nel paesaggio.

Non sappiamo se tutti i luoghi elencati nella dote fossero allora veri e propri abitati. Sappiamo però che Tregione era un castello. Ed è proprio questo dato, apparentemente semplice, ad aprire una prospettiva di ricerca importante sul passato del sito.

Oggi Casteltrione appare come un luogo profondamente diverso da quello evocato dalla pergamena. Vi sorge la chiesetta rurale di Sant’Anna, di recente edificazione. Ma il sito conserva una memoria ben più antica, che emerge anche da un’altra fonte, separata dal documento di Guaza da quasi cinque secoli.

Nelle visite pastorali post-tridentine viene infatti ricordata a Trione la chiesa parrocchiale di San Lorenzo, definita addirittura abbazia: Sancti Laurentii de Trione Abbatiae nuncupata olim ordinis Sancti Benedicti, che un tempo apparteneva all’ordine di San Benedetto.

È una notizia che aggiunge un ulteriore strato alla storia di questo luogo.

La chiesa di San Lorenzo a Trione non esiste più. Fu demolita e il suo titolo trasferito a una nuova chiesa edificata nel centro di Amatrice, di fronte all’attuale parrocchia di Sant’Agostino. Anche quella costruzione fu demolita agli inizi del Novecento e il titolo passò quindi a Sant’Agostino, che assunse per alcuni anni la doppia intitolazione. Nei documenti ufficiali compariva così anche il nome di San Lorenzo a Trione per indicare la chiesa di Sant’Agostino, fino a quando quella denominazione provvisoria si perse e prevalse nuovamente l’antico nome di Sant’Agostino.

È una piccola vicenda nella grande storia del territorio, ma proprio per questo significativa. Un nome può migrare da una chiesa a un’altra, sopravvivere per qualche tempo nei documenti e poi scomparire dalla memoria comune. Eppure, se si torna a cercarlo nelle fonti, quel nome riappare, collegando luoghi e secoli apparentemente lontanissimi.

I luoghi della dote

La stessa dinamica si ritrova nelle altre località ricordate nell’atto.

A Cornillo Nuovo, l’antico Cornello della dote, la memoria del territorio passa anche attraverso la chiesa di Sant’Antonio Abate, preziosa testimonianza artistica per la presenza degli affreschi quattrocenteschi di Dionisio Cappelli.

A Preta la chiesa di Santa Maria del Popolo è stata riedificata alla metà del Novecento per volontà di Padre Giovanni Minozzi, sui resti di una preesistente chiesa cinquecentesca.

A Flaviano, l’antico Flagiano del documento, il nome sopravvive nella dedicazione di San Lorenzo.

E poi c’è Faizzone, che nel 1085 compare come Fagezone. Qui la continuità non è affidata, almeno per quanto oggi sappiamo, alla presenza di un edificio di culto attestato nelle visite pastorali. Il luogo conserva tuttavia un’altra traccia della propria antichità: proprio nell’area di Faizzone, Niccolò Persichetti individuò un rinvenimento di epoca romana.

È così che la dote di Guaza, letta oggi, diventa una sorta di itinerario attraverso il territorio. Non solo un itinerario ridisegnato su una carta moderna, magari puntualmente georiferita, ma una trama di nomi e di testimonianze che attraversa epoche diverse: il mondo romano, quello medievale, le trasformazioni dell’età moderna, fino ai paesi e alle chiese che ancora riconosciamo.

Una terra delimitata dai suoi fiumi

Anche i confini descritti nel documento contribuiscono a restituire questa geografia.

La pergamena non si limita a elencare le proprietà. Ne segue i margini attraverso montagne, laghi, corsi d’acqua e crinali: Serra de Mollionico, Lacu Overnina, il monte chiamato Pictio de Sinu (non occorre nemmeno esplicitare che si riferisce a Pizzo di Sevo), il Rivus de Spineta, il Tronto e il corso d’acqua che scorre ai piedi di “Matrice” – il cui toponimo è attestato per la prima volta nel 1012, pur se in un contesto che non spiega se fosse un abitato, fino al rivus qui vocatur de Commusta.

Sono confini che, nella loro successione, raccontano un territorio costruito attraverso gli elementi concreti del paesaggio.

La montagna, l’acqua, il crinale, il fiume: erano questi i riferimenti attraverso i quali gli uomini dell’epoca riconoscevano e delimitavano lo spazio.

E proprio il Tronto compare come uno dei punti di riferimento della descrizione. Il fiume non è soltanto un elemento naturale: è parte della geografia storica entro cui si collocano le proprietà di Guaza e, più in generale, le comunità che abitavano questa porzione dell’Appennino.

Guaza, la donna dietro la pergamena

Eppure, dietro questa straordinaria geografia, rimane una persona.

Adelberga, detta Guaza.

Il suo nome compare in un atto che parla soprattutto di beni, castelli, chiese, terre e confini. Ma all’origine di quella lunga descrizione c’è una scelta personale: quella di una donna che, con il consenso del fratello e dei figli, decide di vestire l’abito monacale.

Non sappiamo molto altro di lei. Ed è proprio questa scarsità di informazioni a rendere ancora più suggestiva la sua presenza nella documentazione. Guaza entra nella storia del territorio attraverso la propria dote. Le sue proprietà diventano, quasi inconsapevolmente, una testimonianza della geografia dell’XI secolo. Il suo gesto personale produce un documento che oggi ci permette di riconoscere nomi, ricostruire percorsi, individuare castelli e collegare luoghi che il tempo ha separato.

La sua vicenda personale e quella del territorio si incontrano così in un documento.

Quando Guaza sceglie di lasciare la vita precedente e di entrare in una comunità monastica, non poteva sapere che l’elenco dei suoi beni sarebbe diventato, secoli più tardi, una delle chiavi per interrogare il paesaggio che conosciamo oggi.

E forse è questo il fascino più autentico della ricerca storica su un territorio: scoprire che sotto i nomi consueti delle nostre contrade, sotto le strade e le case, sotto le chiese ricostruite e quelle scomparse, esiste un’altra geografia. Una geografia fatta di castelli perduti, antichi insediamenti, boschi, vigneti, corsi d’acqua e luoghi dei quali talvolta è rimasto soltanto un nome.

Nel 1085 Guaza li consegnò a una pergamena. Quasi mille anni dopo, quella pergamena ci permette ancora di tornare a cercarli. E, forse, ci induce a tentare di immaginare il volto di questa donna che mille anni fa venne qui e scelse di donare pezzi di questa nostra terra a un monastero, per entrare in un cenobio.

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