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Il Teatro Amatriciano e quella voglia di amare la vita

Il Teatro Amatriciano e quella voglia di amare la vita

Due ore e mezza circa di spensieratezza, tra una storia strampalata e “sarcasmo amatriciano”. In pieno dialetto locale. Questo è stato, più di tutto, “La Regazza de Maritemu”, inscenato dai componenti del Nuovo Teatro Amatriciano nei primi caldi giorni di agosto: ore di attesa ripagati dalla travolgente voglia di ridere dei protagonisti, che hanno reinterpretato alla perfezione lo spettacolo ideato da Francesco Martellotti e arrangiato (traduzione compresa) da Rinaldo Serafini, ormai pioniere di un gruppo che anno dopo anno regala un ritrovo nel segno dei vecchi tempi.

Il Teatro Amatriciano, più di un appuntamento

Perché il Teatro Amatriciano, per chi risiede e per chi passa, è diventato più di un appuntamento. È un quadro che unisce le sfumature di una comunità dal forte senso di appartenenza, grazie all’ausilio del dialetto locale (un “mezzo” forse troppo accantonato, ma potentissimo), e quelle di una convivialità ormai perduta, o rintracciabile in piccole quantità. Come un cenone di Natale anticipato, senza pietanze, ma con un banchetto arricchito da risate spassionate.

Di contorno, a dare un senso di identità, un palcoscenico fortemente legato all’ideale amatriciano. I mobili sono quelli di un tempo, dal tavolo all’armadio; il muro porta con sé utensili vari; il telefono col filo dà un tocco di originalità; e poi, l’immancabile quadro della Madonna di Filetta appeso su una delle pareti. Lì, intorno a quei tre contorni, si svolgono i fatti dei due protagonisti: papà Vittorio, lu padrone de casa, (Ascenzo Attenni) e mamma Adelina (Paola Cesarei), la moje, alle prese con le vicende che riguardano la fija Graziella (Monica Serafini), suo zio “lu farfallone” Riccardo (Sergio Mosca), fino agli anconetani Gilberto (Enrico Marini e Gianluca Carloni) e Margherita (Monica Bulzoni e Angelina Garofalo) e lu ‘nfirtratu Alfiero (Carmen Bizzoni e Quinto Guadagnoli).

Dialetto, quotidianità e voglia di stare insieme

Argomenti di vita mondana, frangenti di quotidianità e un pizzico di spiritosità per passare tutti insieme una serata diversa, lontano dalle abitudini di nuova generazione, spinti dalla voglia di restare uniti. In mezzo, le espressioni dialettali ormai caratteristiche per chi ogni anno si interfaccia con gli interpreti: sciccisu, coscì, stupidu, fijeta. E chi più ne ha, più ne metta. Ora, una meritata pausa. Poi si inizierà a pensare alla prossima edizione, la 30ª.

 

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