

Due sacerdoti ordinati ad Amatrice: il significato di un rito
Il 4 luglio, ad Amatrice, Claver Mpia Ndekote e Zo Andry Malala Rakotosamimanana sono stati ordinati sacerdoti dal vescovo di Rieti, monsignor Vito Piccinonna. Due uomini, originari rispettivamente del Congo e del Madagascar, sono entrati a pieno titolo nel presbiterio attraverso uno dei riti più antichi e strutturati della Chiesa cattolica. Non è soltanto un fatto interno alla vita ecclesiale. La celebrazione dice qualcosa anche del luogo che l’ha accolta e della funzione che, in ogni società, i riti continuano a svolgere.
Come si svolge il rito dell’ordinazione sacerdotale
L’ordinazione presbiterale non consiste infatti nella semplice proclamazione di una nuova funzione. È un rito nel quale una trasformazione viene resa visibile, pubblica e riconoscibile. La liturgia ha una struttura precisa: la presentazione e l’elezione degli ordinandi, l’omelia, le interrogazioni, le litanie dei santi, l’imposizione delle mani da parte del Vescovo e la preghiera consacratoria costituiscono il centro del percorso rituale; seguono i riti esplicativi, tra cui l’unzione con il Santo Crisma e la consegna del Pane sulla patena e del Vino nel calice, segni della responsabilità del presbitero nella celebrazione eucaristica.
La sequenza non è un semplice apparato cerimoniale. Nella liturgia cattolica la forma rituale rende percepibile ciò che, senza il rito, rimarrebbe in larga parte invisibile: il passaggio a una nuova condizione ecclesiale. L’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria sono, in questo senso, atti che non si limitano a rappresentare un cambiamento, ma ne costituiscono il linguaggio proprio.
L’ordinazione sacerdotale come rito di passaggio
È interessante osservare questo fenomeno anche attraverso la lente dell’antropologia. Arnold van Gennep, nel suo studio sui riti di passaggio, aveva individuato una struttura ricorrente nei momenti in cui un individuo attraversa una soglia della propria esistenza: separazione dalla condizione precedente, fase di transizione e infine aggregazione a una nuova condizione sociale. Victor Turner avrebbe poi concentrato la propria analisi sulla fase intermedia, quella della liminalità: il momento in cui il soggetto non appartiene più pienamente alla condizione precedente e non è ancora stabilmente collocato in quella successiva. Turner definisce i soggetti liminali «neither here nor there», «betwixt and between».
L’analogia con l’ordinazione sacerdotale va naturalmente usata senza confondere piani diversi. Il Sacramento cristiano non è semplicemente un rito sociale di passaggio. Ma proprio la sua complessa ritualità mostra quanto sia importante, per una comunità, dare forma pubblica ai momenti nei quali cambia lo status di una persona e, con esso, una parte dell’ordine comunitario.
Perché i riti diventano memoria collettiva
È questa una delle ragioni per cui i riti contano. Essi sottraggono alcuni passaggi fondamentali alla dimensione puramente privata e li consegnano alla memoria collettiva. Una nascita, un matrimonio, un funerale, un ingresso nella vita religiosa, un’ordinazione: eventi diversi per natura e significato, ma accomunati dal fatto che una comunità li riconosce, li organizza e li ricorda attraverso forme condivise.
Amatrice e la Famiglia dei Discepoli di Giovanni Minozzi
Ad Amatrice questa dimensione è particolarmente evidente. L’ordinazione dei due nuovi sacerdoti non si è svolta in un luogo qualsiasi. Amatrice è la città nella quale Giovanni Minozzi fondò nel 1925 la Famiglia dei Discepoli, e la sua storia continua a essere legata all’opera educativa e sacerdotale nata intorno alla sua figura. La stessa Famiglia dei Discepoli ricorda inoltre che il 5 luglio 1908 Minozzi ricevette l’ordinazione sacerdotale nella basilica di Sant’Apollinare.
La celebrazione del 4 luglio, dunque, si colloca dentro una continuità storica concreta. Non soltanto perché riguarda due nuovi sacerdoti della stessa Famiglia religiosa, ma perché riporta un atto fondativo della sua identità — l’ordinazione di un sacerdote — nel luogo nel quale quella storia ebbe origine.
Il ruolo del vescovo Vito Piccinonna nell’ordinazione
In questo quadro assume un rilievo particolare anche la figura del Vescovo Vito Piccinonna. Presiedere l’ordinazione significa esercitare precisamente una delle funzioni proprie dell’episcopato: nel rito, il Vescovo è colui che impone le mani sugli ordinandi e pronuncia la preghiera consacratoria. Ma la sua presenza ad Amatrice ha anche un valore ecclesiale più ampio: il Vescovo della Diocesi riconosce e accoglie nella Chiesa locale due nuovi ministri, pur appartenenti a una famiglia religiosa di dimensione internazionale.
Due nuovi sacerdoti, dal Congo e dal Madagascar, nella comunità di Amatrice
La doppia ordinazione rende questo significato ancora più evidente. Non si è trattato dell’inserimento di un singolo individuo in un nuovo stato, ma di un evento nel quale due percorsi personali sono confluiti in una celebrazione comune e sono stati riconosciuti pubblicamente dalla Chiesa. Il fatto che i due nuovi sacerdoti provengano da continenti diversi dice inoltre qualcosa della traiettoria assunta dalla Famiglia dei Discepoli: una realtà nata ad Amatrice e oggi alimentata da vocazioni provenienti da contesti geografici e culturali differenti.
Il valore di un rito per la comunità amatriciana
Per una comunità come quella amatriciana, segnata negli ultimi anni da una trasformazione radicale del proprio spazio fisico e sociale, il valore di un rito pubblico non è secondario. I luoghi possono essere ricostruiti, le istituzioni riorganizzate, le attività trasferite o ripensate. Ma una comunità conserva la propria continuità anche attraverso gli eventi che sa riconoscere come propri, attraverso le persone che vi entrano, vi ritornano e ne proseguono le storie.
Per questo l’ordinazione di due sacerdoti ad Amatrice merita di essere considerata per ciò che è: un atto liturgico preciso, un passaggio nella vita di due uomini e un momento nella storia della Famiglia dei Discepoli. Ma è anche un rito comunitario nel senso più ampio del termine: un’occasione nella quale una collettività si riunisce, riconosce una trasformazione e la inserisce nella propria memoria.
I riti hanno anche questa funzione: segnare il tempo. Dire che qualcosa è accaduto, che qualcuno non occupa più la posizione di prima, che una nuova condizione è iniziata. E, nel farlo pubblicamente, consegnare quell’evento non soltanto ai suoi protagonisti, ma alla comunità che lo ha celebrato.
A don Claver a don Zo Andri giunga l’augurio che quella giornata di luglio sia stata l’inizio di un dono prezioso per loro e per questa comunità.