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Il palo e il luogo. Riconoscere, per ritrovare la strada

Il palo e il luogo. Riconoscere, per ritrovare la strada

Da Ernesto De Martino all’Appennino del post-sisma: perché ricostruire significa anche restituire alle comunità luoghi nei quali possano ancora riconoscersi

C’è un racconto di Ernesto De Martino che può sembrare, a prima vista, molto lontano dal terremoto che ha attraversato l’Appennino centrale. Parla degli Achilpa, un gruppo aborigeno australiano, e di un palo sacro che portavano con sé durante i loro spostamenti.

Il palo degli Achilpa e il bisogno di un centro

Gli Achilpa erano nomadi. Eppure non erano, nel senso più profondo del termine, senza un luogo.

Portavano con sé un palo, il kauwa-auwa, legato al mito dell’origine del gruppo e all’eroe fondatore. Secondo il racconto raccolto da De Martino, l’eroe era salito su quel palo per poi scomparire nel cielo. Il palo diventava così una sorta di asse del mondo, il punto attraverso il quale il gruppo poteva riconoscere un centro anche mentre si spostava. La sera, arrivati in un nuovo luogo, lo piantavano nel terreno. Al mattino la sua inclinazione indicava la direzione da seguire.

Il palo non indicava soltanto una direzione geografica, ma anche – e soprattutto – una direzione dell’esistenza.

Grazie a quel palo, il luogo nel quale gli Achilpa si fermavano, per quanto provvisorio, non era un punto qualsiasi della terra. Poteva diventare un centro. Il gruppo poteva fermarsi, orientarsi, compiere i propri riti e riprendere il cammino senza perdere completamente il senso di ciò che stava facendo. Il movimento, in altre parole, non era l’opposto dello stare: poteva essere una forma dello stare.

Quando un luogo diventa parte di noi

È qui che il racconto di De Martino diventa interessante anche per noi, perché abitare non è soltanto occupare uno spazio. È riconoscerlo, sapere dove si è, sapere da dove si viene e, almeno in qualche misura, verso dove si sta andando. È poter associare a un luogo ricordi, persone, gesti, abitudini, relazioni. È sapere che quella strada porta da qualche parte, che quella piazza è quella piazza, che quella casa non è semplicemente un edificio ma contiene una parte della propria storia.

In questo senso, ciascuno di noi possiede, forse, un proprio palo. Può essere una casa, ma può essere anche una piazza, un albero, una chiesa, una scuola, un bar, un campo, una strada percorsa per decenni. Può essere un paesaggio che organizza silenziosamente la nostra memoria. Sono punti attraverso i quali non ci orientiamo soltanto nello spazio, ma dentro la nostra stessa vita.

Per questo un terremoto non distrugge soltanto edifici. Distrugge, o almeno mette profondamente in discussione, una parte dell’ordine attraverso il quale una comunità riconosce se stessa.

Il paese rimane sulla carta, ma la sua geografia quotidiana può diventare irriconoscibile. È una forma di spaesamento che non riguarda soltanto chi ha perso la propria abitazione, ma il modo stesso in cui una comunità continua a stare dentro il proprio territorio.

Ed è forse proprio qui che la storia degli Achilpa può offrirci una chiave di lettura.

Che cosa accade quando si spezza il nostro palo?

Nel racconto di De Martino, il momento decisivo è quello in cui il palo si spezza. Gli Achilpa perdono il loro centro. La peregrinazione, privata del suo asse, torna a essere puro vagare. E ciò che prima era un movimento ordinato diventa una condizione insostenibile. Al punto di condurre alla morte.

È una vicenda estrema, appartenente a un universo culturale e religioso lontanissimo dal nostro, e sarebbe sbagliato sovrapporla meccanicamente alla condizione delle popolazioni terremotate. Ma il suo significato simbolico può ancora interrogarci.

Che cosa accade, infatti, quando si spezza il nostro palo?

A dieci anni dal terremoto del 2016, questa domanda riguarda molte comunità dell’Appennino centrale. Non perché quelle comunità siano rimaste immobili davanti alla perdita e di certo non si sono lasciate morire come gli Achilpa: invece è proprio il loro movimento quotidiano, spesso poco raccontato, a essere interessante.

Si continua a vivere, si attraversano paesi che hanno cambiato forma, si tengono in piedi associazioni, relazioni, feste, memorie, si ricostruiscono case e si aspettano ricostruzioni. Si torna, quando possibile, nei luoghi dai quali si era stati costretti ad allontanarsi, si inventano nuove abitudini là dove quelle precedenti non sono più immediatamente disponibili.

Non è la storia di persone che non hanno subito una frattura: la frattura c’è stata, ed è profonda, ma questa è la storia di persone che hanno continuato a cercare un orientamento anche dopo quella frattura.

Ricostruire significa anche riconoscere

E allora, per tornare a quel palo, esso non serve soltanto perché indica una direzione: serve perché gli Achilpa lo riconoscono. Sanno che cos’è, da dove viene, a che cosa è legato, quale storia porta con sé. La sua funzione di orientamento nasce anche da questa riconoscibilità. Non è un palo qualunque piantato nel terreno: è il loro palo. E proprio per questo può indicare una strada.

La questione, allora, non riguarda soltanto la possibilità di ricostruire ciò che il terremoto ha distrutto. Riguarda la possibilità di riconoscere, una volta ricostruito, ciò che avevamo prima. È una differenza tutt’altro che marginale.

Una chiesa può essere ricostruita e tornare a svolgere la propria funzione. Una piazza può essere rifatta, una casa può tornare abitabile, una strada può essere nuovamente percorsa. Ma un luogo non è soltanto la funzione che assolve. È anche la forma attraverso la quale quella funzione è diventata, nel tempo, riconoscibile. Sono le proporzioni di un edificio, il materiale con cui è costruito, il modo in cui si inserisce nel paesaggio, la posizione rispetto alle altre case, il rapporto con una strada o con una piazza. Sono dettagli che, presi singolarmente, possono sembrare secondari e che invece, messi insieme, ci permettono di dire: questo è quel luogo.

È in questa capacità di “riconoscere” che abita una parte importante della memoria.

San Fortunato e la storia ritrovata

Pensiamo, per esempio, a una chiesa. Non è soltanto un edificio destinato al culto. Per generazioni può essere stata un punto di riferimento visivo, un elemento del paesaggio, il luogo nel quale si sono celebrati matrimoni e funerali, dove si è entrati da bambini, dove si sono incontrate persone che non ci sono più. Può aver avuto una facciata particolare, una torre, una certa disposizione delle aperture, un campanile, una pietra, un rapporto preciso con la piazza. Può aver costituito, senza che quasi nessuno se ne accorgesse, uno di quei punti attraverso i quali una comunità imparava a riconoscere il proprio paese, o il proprio quartiere. Basta andare a San Fortunato, a Pinaco Arafranca, e chiedere ai cittadini di questo meraviglioso spicchio di mondo, cosa si prova a riavere la disponibilità di un pezzo della propria storia, cosa si prova nel passeggiare lungo quel sentiero e incontrare quei resti, quella storia ritrovata.

Quando ricostruiamo, l’edificio torna a esistere, ma qualcosa della sua capacità di orientare può essere andato perduto.

È qui che il significato del palo diventa, forse, ancora più profondo. Non basta che indichi una direzione: deve poter essere riconosciuto.

Per questo conservare i caratteri riconoscibili dei luoghi terremotati non significa necessariamente congelarli nel passato, né pretendere che tutto torni esattamente com’era. Significa piuttosto evitare che la ricostruzione produca una seconda perdita: quella dei riferimenti attraverso i quali una comunità può continuare a riconoscere se stessa nel proprio territorio.

Non ricostruire un’immagine, ma una relazione

Non si tratta di ricostruire un’immagine, ma una relazione.

Perché chi torna a casa non cerca soltanto un edificio che sia nuovamente in piedi. Cerca, a volte anche inconsapevolmente, i segni che gli permettano di riconoscere il luogo nel quale sta tornando. Cerca un campanile nella posizione in cui ricordava di averlo visto, una strada che abbia ancora una direzione familiare, una piazza che possa essere nuovamente letta attraverso la memoria.

Il palo degli Achilpa ci ricorda una cosa essenziale: affinché esso possa ancora indicare la strada, occorre che sia riconoscibile. Occorre consentire al tempo di continuare a passare senza interrompere completamente il rapporto tra un luogo e chi lo abita.

La forza silenziosa di chi continua a guardare avanti

Gli Achilpa, quando il palo si spezza, non riescono più a orientarsi e scelgono di lasciarsi morire. Le comunità dell’Appennino hanno fatto, in questi dieci anni, qualcosa di profondamente diverso: hanno continuato a vivere anche senza il proprio punto di riferimento.

E però lasciare che quel palo torni a essere riconoscibile, che continui a indicare una direzione, significa dare un senso anche alla strada percorsa fin qui. Significa non vanificare quella che la nostra Marta Capanna ha definito “la forza silenziosa” di chi, pur avendo perduto i propri riferimenti, non ha smesso di guardare avanti.

Queste comunità lo meritano. Lo meritano davvero.

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