Quale futuro per le aree interne della montagna?

A Spelonga se ne è parlato attraverso le voci di comunanze agrarie e cooperative di comunità

Appoggiata sui Monti della Laga, con lo sguardo aperto verso il monte Vettore, Spelonga di Arquata del Tronto è stata il palcoscenico di un confronto corale sul futuro delle aree interne. Si è parlato di cosa significhi oggi abitare la montagna: unire la ricostruzione materiale a quella immateriale, difendere i diritti, valorizzare il lavoro, tutelare i beni collettivi e sperimentare nuovi modi di fare impresa per e con le comunità.

A promuovere l’incontro è stata la CGIL Ascoli Piceno, con l’obiettivo di interrogarsi sul proprio ruolo nella tutela del lavoro e dei diritti nei territori montani, segnati da fragilità strutturali e ancora largamente alle prese con la ricostruzione post-sisma.

Comunanze agrarie e cooperative di comunità

Ma perché parlare insieme di comunanze agrarie e cooperative di comunità? I domini collettivi – dalle comunanze agrarie marchigiane e umbre alle università agrarie del Lazio e alle Amministrazioni Separate dei Beni di Uso Civico abruzzesi – sono oggi tutelati dalla legge 168/2017 come espressione delle collettività e come forme di gestione e cura del patrimonio agro-silvo-pastorale. Istituzioni storiche, ma ancora attuali, che per secoli hanno generato economie locali e che continuano a custodire un principio intergenerazionale: non siamo i proprietari ma i custodi delle terre che ci circondano per le generazioni future. Le cooperative di comunità, invece, rappresentano una forma innovativa di impresa fondata sulla partecipazione della comunità alla vita economica del territorio. Possono operare in ambiti diversi – dal turismo alla cultura, dalla gestione forestale ai servizi, fino a botteghe, spazi pubblici ed energia – e reinvestire in progetti di comunità il valore prodotto. Istituzioni storiche e radicate e nuove forme di impresa sono modi di intendere la razionale organizzazione dell’economia locale per il benessere di chi abita.

Custodire i beni collettivi e innovare

A comporre il mosaico della giornata è stato un racconto fatto di esperienze concrete e sguardi rivolti al futuro. La consapevolezza della fragilità di questi territori emerge già dalle parole del sindaco di Arquata del Tronto, Michele Franchi, che ricorda come le aree interne e montane mostrassero già forti segnali di declino e abbandono: «Il sisma ci ha dato una mazzata finale, ma potrebbe essere un’opportunità, perché adesso noi possiamo ricostruire le case e farlo in sicurezza […] La realtà montana può avere un ritorno». Un ritorno che, tuttavia, non può prescindere da servizi essenziali e tutele reali: perché, come ribadisce Franchi, un paese deve restare accogliente e «nessuno deve essere escluso».

Il senso della proprietà collettiva rimane, nonostante tutto, profondamente radicato proprio in questi territori e continua a rappresentare uno strumento concreto di cura. A Spelonga, la Comunanza Agraria gestisce pascoli, boschi e sorgenti, beni che appartengono alla collettività. «Serve a mantenere coesa la popolazione perché hanno un bene comune e tutti insieme lo devono gestire», spiega Luciano Quaglia, presidente della Comunanza Agraria di Spelonga. Ma la gestione collettiva deve oggi confrontarsi con una comunità sempre più ridotta: sono pochi gli allevatori che utilizzano i pascoli e pochi gli utenti che esercitano l’uso civico del legnatico. Da qui la necessità di innovare e costruire nuove progettualità, dalla filiera del legno alla messa in rete delle comunanze, per superare la frammentazione e ampliare la capacità di gestione e valorizzazione delle risorse.

Su questa stessa tensione tra continuità e cambiamento si colloca l’esperienza di Barbara Diletti dell’Antica Università Agraria di Rocca Santa Maria, nel versante teramano dei Monti della Laga. «Dobbiamo avere un approccio con il territorio utilitaristico, cioè utilizziamo le risorse del territorio […] cercando ovviamente però di fare in modo che questo sia compatibile, sostenibile», racconta, ricordando che il paesaggio che oggi vediamo è anche il risultato della gestione esercitata dalle generazioni precedenti. L’Università Agraria gestisce l’area del Ceppo, garantisce agli abitanti l’accesso al legnatico a prezzi calmierati – in un territorio oltre i mille metri dove gli inverni sono lunghi – e cura alcuni spazi turistici, cercando di adattare una forma di gestione secolare alle esigenze contemporanee dell’abitare in montagna.

Ricostruire le comunità, non soltanto le case

«C’è bisogno di una ricostruzione materiale delle case, ma anche di una ricostruzione immateriale, di una ricomposizione delle comunità, di ristabilire i rapporti tra le persone e il territorio» — sottolinea Verusca Citeroni della Cooperativa di Comunità del Ceresa. È in questa prospettiva che la cooperativa diventa uno strumento per riattivare risorse locali e ricostruire legami comunitari, anche attraverso la collaborazione con le comunanze agrarie, come a Forca di Montegallo. Il recupero dei castagneti diventa così occasione per creare nuove attività economiche a partire dalle risorse del territorio, mettendo in discussione l’idea che una fabbrica o un grande insediamento esterno possano essere la risposta allo spopolamento montano.

Una spinta alla cooperazione che trova eco nelle parole di Marzio Mozzetti, presidente della Cooperativa di Comunità Radici e Ali Amatrice e Accumoli. La cooperativa è nata sulla scia del progetto “Radici Future” nella quale partecipa in un R.T.I. con capofila CoopCulture: ma ora è attiva su numerosi progetti come, ad esempio, quello rivolto verso la frazione e la popolazione di San Giovanni di Accumoli e alla rivista-hub multimediale Matrù con l’obiettivo di «fare rete con l’associazionismo e ritrovare il senso di una comunità». Anche qui emerge la difficoltà di sostenere economicamente piccole realtà locali: più che nuovi bandi, si avverte il bisogno di strumenti finanziari semplici e accessibili, come il microcredito, che permettano di investire senza trasformare l’accesso alle risorse in una competizione.

Fare rete tra territori e nuove economie

Un ruolo di connessione e adattamento emerge anche dal Terzo Settore, nella testimonianza di Andrea Izzi dell’Associazione Arquata Potest. Dai sentieri alle feste, dalle giornate ecologiche alle guide, fino al progetto Transumanza di Idee che coinvolge sette comuni montani, la sua esperienza mostra la necessità di adattare le organizzazioni alle trasformazioni del territorio e, soprattutto, di costruire reti: «Il terremoto ci ha fatto […] uscire e bisogna guardare, guardarci intorno».

A riportare il discorso alla relazione profonda tra comunità e ambiente è infine Olimpia Gobbi, studiosa delle comunanze agrarie marchigiane e fondatrice della cooperativa di comunità RoccaMadre di Pedaso. Riprendendo il concetto di comunità biotica, ricorda come nelle forme tradizionali di gestione del territorio «le risorse naturali, vegetali e via dicendo, sono inseparabili, integrate»: se vengono meno le risorse, viene meno anche la comunità. Da qui la necessità di un’economia capace di garantire nel tempo la riproduzione delle risorse da cui la comunità dipende. È questo, secondo Gobbi, il senso della cooperazione di comunità che si ispiri ai fondamenti delle comunanze agrarie: un’organizzazione territoriale che, a partire da un settore o da un’attività, sappia costruire un progetto di sviluppo locale più ampio, ricordando che al centro rimane la rigenerazione.

Il ruolo del sindacato e delle realtà sociali

In questo scenario, il sindacato e le realtà sociali possono avere un ruolo nel difendere la capacità delle comunità di autodeterminare il proprio futuro, contrastando dinamiche di spopolamento o di estrazione di valore. Lo richiama Luana Agostini, segretaria provinciale CGIL Ascoli Piceno, presentando il progetto Margini Resistenti: «Pensiamo che partire dai contesti marginali in tutte le manifestazioni sia soprattutto nostro dovere […] perché si possa perseguire l’idea di equità e di coesione».

Dalle periferie da assistere ai luoghi capaci di futuro

Da Spelonga emerge così non tanto una richiesta di nuovi interventi calati dall’alto, quanto la necessità di riconoscere e sostenere ciò che nei territori già esiste e si sta attivando.

Le esperienze raccontate provengono da uno stesso areale montano e post-sisma, oltre i confini regionali: una rete potenziale da cui partire per costruire nuove economie e socialità e, insieme, una maggiore capacità di rivendicare i diritti di cittadinanza e dell’abitare.

È questa la direzione che l’incontro consegna anche a CGIL e Legacoop: sostenere le esperienze di cooperazione di comunità, facilitarne l’operatività e interrogarsi su strumenti più adeguati ai loro bisogni. Tra questi, è emersa con chiarezza la necessità di forme di finanziamento accessibili, come il microcredito, alternative alla sola logica competitiva dei bandi e come ridurre il peso del costo del lavoro e del fare impresa. Partire quindi dall’ascolto per costruire insieme a chi già si sta mobilitando delle risposte più aderenti ai territori.

Il messaggio finale è forse proprio questo: le aree interne e montane devono uscire dalla logica di essere periferie da assistere, ma rivendicarsi come luoghi da abitare e da rendere capaci di futuro. Attraverso la cooperazione di comunità, la valorizzazione delle filiere locali – come quella del legno, quando a esserne protagonisti sono realmente le imprese e le persone del territorio – e la cura del patrimonio collettivo, come le comunanze agrarie continuano a insegnare.

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