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Amatriciana 60: quando una comunità riconosce se stessa

Amatriciana 60: quando una comunità riconosce se stessa

Si è chiusa ieri “Amatriciana 60”, la mostra curata da Radici e Ali. Un’esperienza che ha restituito alla città fotografie, oggetti, documenti e memorie di sessant’anni di Sagra, trasformando una ricorrenza in un’occasione più ampia di riconoscimento collettivo.

Ci sono iniziative che acquistano il loro significato più autentico proprio nel momento in cui arrivano alla fine. È il caso di “Amatriciana 60”, la mostra che la Cooperativa di Comunità Radici e Ali, insieme alla Pro Loco di Amatrice, ha voluto dedicare ai sessant’anni della Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana e che ieri ha concluso il proprio percorso all’Area del Gusto.

In questi giorni abbiamo visto passare molte persone. Amatriciani, naturalmente, e poi visitatori arrivati da fuori, persone che hanno riconosciuto in una fotografia, in un manifesto, in un piatto, in una vecchia maglietta o in un ritaglio di giornale un frammento della propria storia. Abbiamo ascoltato racconti, raccolto ricordi, accolto curiosità. Abbiamo visto persone fermarsi davanti a un oggetto per un tempo più lungo di quello necessario a guardarlo.

È precisamente in quel tempo sospeso che abbiamo compreso il senso più profondo di questa esperienza.

Una comunità riconosce se stessa attraverso ciò che decide di conservare.

La Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana appartiene alla storia di Amatrice perché da sessant’anni accompagna la vita della città, le sue trasformazioni, le sue stagioni, i suoi entusiasmi e le sue ferite. Nata nella seconda metà degli anni Sessanta, è divenuta nel tempo una delle manifestazioni gastronomiche italiane più riconoscibili, portando il nome di Amatrice ben oltre il territorio della Laga. L’amatriciana, del resto, possiede una storia che precede la Sagra e che dalla cultura pastorale dell’Appennino conduce fino alla cucina italiana contemporanea.

La Sagra ha aggiunto a quella storia una dimensione ulteriore: quella del rito collettivo.

Un rito ha bisogno di ripetersi per diventare tradizione. La tradizione, a sua volta, ha bisogno di essere ricordata per diventare memoria. Ed è qui che una festa popolare assume una dimensione culturale che va molto oltre la festa stessa.

“Amatriciana 60” ha provato a fermare questo passaggio nel momento esatto in cui accade.

Le fotografie di Marzio e i manifesti di Livia

Le fotografie di Marzio Mozzetti e i manifesti conservati con cura da Livia Sigismondi hanno restituito i volti e le stagioni di un territorio; gli articoli hanno raccontato la progressiva notorietà della manifestazione; gli oggetti hanno restituito la concretezza di una festa costruita negli anni attraverso il lavoro di moltissime persone. Alcuni materiali, recuperati dalle macerie del terremoto, hanno aggiunto al racconto una profondità diversa: quella della sopravvivenza della memoria materiale quando tutto il resto sembra essere stato cancellato.

Il piatto di Aldo

Poi c’è quel piatto.

Il piatto del cinquantesimo anniversario, preparato per una Sagra che avrebbe dovuto celebrare mezzo secolo di storia e arrivato ad Amatrice poche ore prima del 24 agosto 2016. È rimasto, da allora, come il segno tangibile di una festa che non ebbe luogo.

Vederlo oggi accanto ai materiali dei sessant’anni significa osservare fisicamente dieci anni della nostra storia: l’attesa della celebrazione, la tragedia, la dispersione, la ricostruzione, il ritorno della festa. È il piatto acquistato da Aldo Santini, prima che il sisma ci sconvolgesse la vita, e che sua figlia Arianna e sua moglie Livia hanno voluto esporre in memoria di una storia importante, e anche in ricordo di Aldo, che non c’è più ma che in qualche modo è stato insieme a noi, in questi giorni di festa e di identità. Quel piatto che Aldo volle acquistare appena arrivato in Pro Loco, un oggetto che è diventato raro suo malgrado.

Un oggetto apparentemente semplice che è diventato così una misura del tempo.

I sindaci del territorio ad Amatrice

Ed è forse questo il valore che abbiamo scoperto nel corso di questa mostra: gli oggetti della memoria acquistano significato quando tornano a incontrare le persone. Un archivio conserva; una comunità interpreta. Una fotografia rimane carta finché qualcuno non riconosce in quel volto un padre, una madre, un amico, una stagione della propria vita. Un vecchio manifesto torna a parlare quando qualcuno ricorda chi lo aveva pensato e chi lo aveva affisso. Un piatto diventa storia quando una generazione lo consegna alla successiva.

Per questo abbiamo particolarmente gradito le visite del sindaco di Accumoli Mauro Tolomei e del sindaco di Arquata del Tronto Michele Franchi.

La loro presenza dentro questo racconto ha avuto, ai nostri occhi, un valore che supera la dimensione istituzionale. Amatrice, Accumoli e Arquata sono legate da una storia antica, ma anche di vicende recenti che il terremoto ha reso drammaticamente comuni. Però, il loro rapporto affonda le proprie radici in una geografia precedente alle amministrazioni e alle emergenze: quella delle montagne, delle strade, delle relazioni, degli scambi e delle comunità dell’Appennino centrale.

In una mostra dedicata a una festa di un territorio, la presenza dei sindaci delle comunità vicine ha dunque rappresentato anche il riconoscimento di una memoria condivisa.

Michele Franchi, durante la visita, ha particolarmente apprezzato anche il primo numero di Matrù, nel quale abbiamo voluto dedicare spazio proprio ad Arquata del Tronto. Mauro Tolomei ha osservato più volte ogni fotografia, ogni oggetto, ogni frammento di questa storia tutta amatriciana nella quale, tuttavia, un intero territorio può riconoscersi. Sono stati momenti che abbiamo accolto con particolare piacere, perché dicono qualcosa della ragione per cui esiste una testata come la nostra: raccontare territori che possiedono storie differenti e, nello stesso tempo, una quantità straordinaria di legami.

L’organetto di Alessandro

Un momento particolarmente significativo è stato quello dello scorso mercoledì sera, quando la mostra si è animata grazie all’organetto del giovanissimo Alessandro Moretti.

Alessandro è ancora un bambino, e proprio per questo il suo gesto ha avuto un significato che va oltre la piacevolezza di una serata allietata dalla musica. Quel bambino, figlio di questa terra, sta imparando a suonare uno degli strumenti che più profondamente appartengono alla tradizione musicale dell’Appennino centrale. In quelle note c’era dunque qualcosa di più di un’esibizione: c’era una tradizione che trova una nuova voce, una memoria che passa di mano e si consegna al futuro. È anche attraverso gesti semplici come questo che un territorio continua a riconoscersi.

Una comunità che ha saputo trasformare un piatto in identità

In questi giorni abbiamo incontrato anche moltissimi amatriciani. Alcuni conoscevano già ogni fotografia; altri hanno scoperto episodi che appartengono a una generazione precedente. Molti visitatori sono arrivati da fuori e hanno attraversato la mostra con lo sguardo di chi entra, attraverso un piatto conosciuto in tutto il mondo, nella storia di una comunità che quel piatto lo ha trasformato in identità.

Questa partecipazione è stata forse il risultato più importante per “Radici e Ali”.

Una cooperativa di comunità trova il proprio senso quando riesce a costruire luoghi nei quali le persone possano riconoscersi, incontrarsi e produrre insieme una narrazione del territorio. “Amatriciana 60” è stata, anche per questo, un’esperienza preziosa: ci ha permesso di sperimentare concretamente quanto la cultura della memoria possa diventare uno strumento di comunità.

E ci ha ricordato una cosa essenziale: il patrimonio di un territorio non coincide soltanto con ciò che possiede un valore monumentale, artistico o istituzionale. Esiste anche un patrimonio fatto di gesti, fotografie, feste, ricette, oggetti quotidiani, parole, volti e ricordi. È un patrimonio fragile proprio perché vive nella memoria delle persone. Per questo deve essere raccolto, ordinato, raccontato e consegnato al futuro, nonostante troppi pezzi di quella storia siano stati distrutti nella sede della Pro Loco di Amatrice, annientati dai crolli del terremoto del 24 agosto.

La Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana è entrata nella memoria collettiva italiana ben prima della tragedia che ci ha cambiato la vita. Ma prima ancora è entrata nella memoria degli amatriciani.

È questa dimensione che abbiamo cercato di mettere al centro.

Oggi la mostra chiude. Il suo racconto, invece, può continuare.

Ci piacerebbe che le fotografie rimaste nelle case, gli oggetti conservati nei cassetti, i vecchi manifesti, le testimonianze personali trovassero ancora la strada per arrivare alla comunità. Perché una memoria condivisa cresce proprio così: attraverso piccoli gesti individuali che, messi insieme, costruiscono una storia più grande di ciascuno.

Sessant’anni di Sagra sono, in fondo, sessant’anni di Amatrice osservata attraverso uno dei suoi simboli più potenti.

Sono gli anni di chi c’era e di chi è venuto dopo. Di chi ha lavorato alla festa e di chi vi ha partecipato. Di chi ha lasciato la città e di chi vi è tornato. Di chi ha attraversato Amatrice per una domenica di agosto e di chi quella domenica l’ha preparata per settimane.

Sono anni nei quali la città è cambiata profondamente.

La memoria serve anche a questo: a misurare il cambiamento senza perdere il filo della continuità.

Per Radici e Ali, dunque, la chiusura di “Amatriciana 60” è soprattutto un punto di passaggio. Ci resta la soddisfazione per le persone incontrate, per gli amici venuti a trovarci, per gli ospiti arrivati da territori vicini e lontani, per i sindaci che hanno voluto condividere con noi questo momento e, soprattutto, per la comunità amatriciana che ha riconosciuto in questa esposizione qualcosa di proprio.

Ci resta la convinzione che raccontare un territorio significhi prima di tutto ascoltarlo.

E ci resta una responsabilità: continuare a farlo.

Perché la memoria, quando viene condivisa, smette di essere soltanto ciò che abbiamo ricevuto dal passato e diventa una forma concreta di futuro.

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