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Accumoli e Amatrice: la montagna abitata

Natura, memoria e futuro nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga

Il valore di un territorio protetto non si misura soltanto nella ricchezza dei suoi ecosistemi, ma anche nella storia delle comunità che lo hanno abitato, trasformato e custodito. Dalla varietà dei paesaggi appenninici alle terre di Amatrice e Accumoli, una riflessione sul rapporto fra conservazione della natura, patrimonio culturale e futuro delle aree interne.

Un territorio, molte geografie

Che cosa significa proteggere una montagna? La domanda sembra semplice, soprattutto quando la montagna si presenta nella sua evidenza più immediata: una successione di cime, boschi, pascoli e vallate, un paesaggio nel quale la presenza umana sembra ridursi a una traccia marginale. Ma le montagne sono anche territori storici, spazi attraversati, abitati e trasformati, luoghi nei quali le condizioni naturali hanno orientato le forme dell’insediamento e le attività economiche, senza determinarle una volta per tutte.

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga costituisce un osservatorio privilegiato per comprendere questa complessità. Istituito nel 1991 e divenuto operativo nel 1996, si estende fra Abruzzo, Lazio e Marche, interessando cinque province e 44 comuni. Il suo patrimonio comprende ambienti naturali, sistemi montuosi, paesaggi agrari, centri storici e testimonianze di una lunga relazione fra società e territorio.

La sua identità deriva dall’estensione e dalla varietà degli ambienti protetti, ma anche dalla compresenza di sistemi naturali e culturali differenti. Il Parco comprende infatti il Gran Sasso, i Monti della Laga e i Monti Gemelli: tre complessi montuosi caratterizzati da differenti condizioni geologiche, morfologiche ed ecologiche.

Come sottolinea l’Ente Parco nella propria presentazione del territorio, la diversa composizione delle rocce, l’altitudine e la posizione geografica contribuiscono a determinare una notevole varietà di ecosistemi e paesaggi (Territorio, sito ufficiale del Parco).

Il Gran Sasso, con la sua struttura prevalentemente calcarea e dolomitica, presenta forme imponenti, ambienti d’alta quota e grandi distese pascolive. I Monti della Laga, costituiti prevalentemente da arenarie e marne, si distinguono invece per le profonde incisioni vallive, la ricchezza delle acque superficiali e l’estensione delle coperture forestali. I Monti Gemelli aggiungono un ulteriore elemento di diversità a questo mosaico.

La distinzione non è soltanto geologica. La struttura fisica dei rilievi contribuisce a definire condizioni differenti di disponibilità idrica, distribuzione della vegetazione, accessibilità e uso del suolo. La natura, in questo senso, non costituisce una scenografia sulla quale si svolge la vicenda umana: è una delle condizioni materiali attraverso cui quella vicenda prende forma.

La ricchezza del Parco nasce anche da questa pluralità. Non esiste un unico paesaggio appenninico da conservare, ma un insieme di ambienti e sistemi territoriali, ciascuno portatore di specifici valori ecologici e culturali.

La natura e il lavoro dell’uomo

Uno degli aspetti più significativi del Parco è la possibilità di leggere, nello stesso spazio, i segni di una lunga storia naturale e quelli dell’azione umana.

Le pagine dedicate dall’Ente al paesaggio e al paesaggio agrario descrivono un territorio nel quale campi aperti, terrazzamenti, pascoli, castagneti, mandorleti, vigneti e piccoli insediamenti rurali compongono sistemi paesaggistici diversificati (Il paesaggio agrario). Queste forme non possono essere comprese separandole dalle attività che le hanno prodotte e mantenute.

Per generazioni, le comunità montane hanno dovuto confrontarsi con stagioni difficili, distanze, pendenze e risorse distribuite in maniera diseguale. Agricoltura, allevamento, raccolta dei prodotti forestali e gestione delle acque hanno richiesto conoscenze pratiche, capacità di adattamento e organizzazioni del lavoro calibrate sulle condizioni locali.

Il paesaggio rurale è il risultato visibile di queste relazioni. Un campo coltivato in quota, un castagneto, un pascolo o un sistema di terrazzamenti raccontano anche una storia di selezione delle colture, gestione delle risorse e trasmissione dei saperi. Le forme del territorio conservano così una memoria che non è affidata soltanto ai documenti scritti, ma è incorporata nella disposizione degli spazi, nelle architetture, nei percorsi e nei modi di utilizzare la terra.

Ciò non significa idealizzare il passato. La vita in montagna è stata spesso segnata dalla durezza del lavoro, dalla precarietà dei raccolti, dall’isolamento e dalla necessità di integrare risorse locali e relazioni con l’esterno. Le comunità non erano mondi chiusi e autosufficienti: partecipavano a circuiti commerciali, si muovevano lungo le vie di comunicazione e organizzavano attività in funzione di mercati e territori anche lontani.

È proprio questa dimensione relazionale a rendere interessante il patrimonio antropologico del Parco. Le pratiche tradizionali, oltre a essere usanze da conservare come testimonianze di un passato che ci appartiene, sono il prodotto di strategie storiche attraverso cui le società hanno imparato a vivere in ambienti complessi.

L’Ente Parco riconosce esplicitamente il contributo delle comunità nella formazione del patrimonio agricolo e pastorale, sottolineando il ruolo delle varietà colturali, delle razze allevate e delle conoscenze tramandate nel tempo (L’uomo e la terra del Parco). Questo patrimonio acquista oggi un significato ulteriore: permette di comprendere come la biodiversità, la cultura materiale e l’organizzazione sociale possano essere considerate dimensioni differenti, ma connesse, della stessa storia territoriale.

Amatrice e Accumoli: abitare il margine

Nel settore laziale del Parco, il Distretto delle Sorgenti del Tronto offre una prospettiva particolarmente significativa. Comprende i comuni di Amatrice e Accumoli e si sviluppa intorno alle sorgenti del fiume Tronto, in un territorio nel quale l’acqua, le foreste e le forme dell’insediamento concorrono a definire l’identità del paesaggio (Distretto Sorgenti del Tronto).

Qui il rapporto fra ambiente naturale e storia delle comunità assume una fisionomia specifica. Il versante occidentale dei Monti della Laga, dominato dal Monte Gorzano, presenta estese superfici forestali, faggete alle quote più elevate e cerrete e castagneti a quelle inferiori. La presenza di sorgenti, pozze e stagni contribuisce al valore ecologico dell’area, nella quale si trovano ambienti umidi di particolare interesse.

Fra questi, la zona di Agro Nero comprende piccoli specchi d’acqua, fra cui Lago Secco e il Lago della Selva, e ospita specie floristiche e faunistiche legate a condizioni ambientali specifiche. La ricchezza di questi luoghi mostra quanto la tutela di un territorio debba fondarsi sulla conoscenza dei suoi singoli ecosistemi, non soltanto sulla loro appartenenza a un’area protetta.

Ma il valore del Distretto non è esclusivamente naturalistico. Amatrice e Accumoli appartengono a un’area appenninica nella quale la montagna non ha mai rappresentato una barriera assoluta. Le valli e i percorsi hanno favorito relazioni fra comunità, scambi e contatti fra territori appartenenti oggi a regioni amministrative differenti.

La posizione di cerniera è uno degli elementi da cui partire per comprendere la storia di queste terre. Le attuali divisioni regionali non esauriscono le relazioni storiche e culturali che hanno interessato l’Appennino centrale. La viabilità, le attività economiche e la mobilità delle persone hanno contribuito a costruire reti territoriali che non coincidevano necessariamente con i confini amministrativi.

In questo quadro, il paesaggio rurale non è un semplice residuo di un’economia ormai superata. È una testimonianza della capacità di adattamento delle comunità alle condizioni locali e, al tempo stesso, un archivio materiale di conoscenze, tecniche e organizzazioni del lavoro.

Le architetture in pietra, le chiese rurali, i piccoli nuclei abitati e i segni delle attività agricole documentano una relazione con il territorio che si è costruita nel corso del tempo. Il sito del Parco, nella sua presentazione dei borghi, richiama proprio la compresenza, nel settore laziale, dei centri storici di Amatrice e Accumoli e dei piccoli insediamenti rurali che ne caratterizzano il contesto (Borghi e paesi).

Questa continuità fra insediamenti, attività e ambienti naturali costituisce uno degli elementi più rilevanti del patrimonio territoriale. La sua comprensione richiede di superare la lettura esclusivamente estetica del paesaggio.

Un territorio abitato è un sistema di relazioni. Comprende la possibilità di raggiungere i servizi, svolgere attività economiche, trasmettere conoscenze e mantenere forme di vita collettiva. Il suo valore culturale non dipende soltanto dalla permanenza degli edifici, ma anche dalla continuità delle pratiche e delle relazioni che conferiscono loro significato.

La frattura del terremoto

Il terremoto del 2016 ha reso particolarmente evidente la complessità di questa relazione. La distruzione di edifici, spazi pubblici e luoghi della memoria ha colpito comunità il cui rapporto con il territorio si era costruito nel corso di generazioni.

Ma interpretare il sisma soltanto come un evento che ha danneggiato un patrimonio edilizio è riduttivo. Il terremoto ha inciso sulle condizioni della vita quotidiana, sulla possibilità di mantenere le relazioni di prossimità (su questo, l’articolo di Marta Capanna esprime perfettamente il senso di tale sentimento) e sulla continuità delle attività economiche. Ha inoltre posto con forza il problema della distanza fra ricostruzione materiale e ricostruzione sociale.

Le due dimensioni non coincidono automaticamente. Un edificio può essere recuperato senza che ciò garantisca il ritorno delle funzioni che lo rendevano parte integrante della vita collettiva. Un centro abitato può riacquistare una parte del proprio patrimonio architettonico e continuare, tuttavia, a confrontarsi con difficoltà demografiche, carenza di servizi e fragilità economica.

In questa prospettiva, il rapporto con il Parco assume un significato che va oltre la presenza di un’istituzione preposta alla tutela ambientale. Il patrimonio naturale e culturale costituisce una risorsa territoriale che può contribuire alla qualità della vita e alle opportunità economiche, purché la sua valorizzazione non venga ridotta a una fruizione episodica o esclusivamente turistica.

La sfida consiste nel riconoscere che la conservazione e la ricostruzione appartengono a piani diversi, ma possono incontrarsi in una strategia territoriale più ampia. La prima deve garantire la salvaguardia degli ecosistemi e dei beni protetti; la seconda deve creare condizioni affinché le comunità possano tornare a esercitare un ruolo attivo nella vita dei luoghi.

Non si tratta di attribuire alla presenza del Parco la soluzione di ogni problema delle aree interne. Le difficoltà demografiche, economiche e infrastrutturali richiedono politiche e strumenti che superano le competenze di un singolo ente. Si tratta, piuttosto, di riconoscere il potenziale di un patrimonio che, se adeguatamente conosciuto e gestito, può concorrere alla definizione di prospettive di sviluppo coerenti con le caratteristiche del territorio.

Il valore di un territorio protetto

Che cosa aggiunge, dunque, l’appartenenza a un Parco Nazionale?

La risposta non può limitarsi alla presenza di vincoli o alla possibilità di promuovere una destinazione turistica. Un’area protetta riconosce che determinati valori territoriali hanno un interesse che supera la dimensione locale.

La conservazione della biodiversità, la tutela del paesaggio e la salvaguardia del patrimonio storico-culturale assumono una dimensione collettiva e intergenerazionale. Le risorse naturali non sono soltanto elementi da utilizzare, così come le testimonianze storiche non sono semplicemente oggetti da esporre: entrambe richiedono conoscenza, responsabilità e capacità di trasmissione.

Dunque, il patrimonio culturale non può essere conservato soltanto attraverso la monumentalizzazione del passato. Le conoscenze locali, le pratiche agricole, le forme dell’artigianato e le memorie comunitarie possono continuare a vivere se trovano occasioni di trasmissione e, quando possibile, nuove funzioni compatibili con le condizioni contemporanee. Ce lo insegna anche l’Unesco.

La prospettiva più feconda è quindi quella di una conservazione capace di distinguere, ma anche di mettere in relazione, i diversi valori del territorio. La biodiversità richiede strumenti scientifici; il patrimonio architettonico necessita di conoscenza storica e interventi appropriati; le comunità hanno bisogno di opportunità concrete per mantenere una presenza attiva. Nessuna di queste dimensioni può sostituire le altre.

Nel Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, questa complessità è leggibile nella diversità dei sistemi montuosi, nei paesaggi agrari, nelle foreste, nelle zone umide e negli insediamenti. Amatrice e Accumoli ne rappresentano una declinazione particolarmente significativa, perché mostrano quanto il valore di un territorio dipenda dall’intreccio fra patrimonio naturale, memoria storica e possibilità di continuare ad abitarlo.

Conservare ciò che può continuare a vivere

Il futuro delle aree protette appenniniche si gioca anche nella possibilità di costruire un rapporto durevole fra tutela ambientale e vita delle comunità. Significa riconoscere che ogni territorio presenta equilibri specifici, che devono essere compresi attraverso dati scientifici, conoscenza storica e confronto con le comunità interessate.

La montagna abitata non è una montagna meno autentica di quella che appare priva di presenze umane. È una realtà più complessa, nella quale gli ecosistemi, le trasformazioni storiche e le attività sociali hanno prodotto relazioni che meritano di essere comprese e, quando compatibili con gli obiettivi di tutela, mantenute.

Proteggere un Parco significa allora preservare la possibilità che queste relazioni continuino a evolvere senza compromettere il patrimonio naturale e culturale che le sostiene. Significa conservare non soltanto ciò che è rimasto del passato, ma anche le condizioni attraverso cui quel patrimonio può essere conosciuto, vissuto e trasmesso.

È in questa prospettiva che il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga rivela il suo significato più profondo. Non un recinto separato dal mondo, né un semplice contenitore di bellezze paesaggistiche, ma un territorio nel quale la tutela della natura incontra la storia delle comunità e la responsabilità verso le generazioni future.

Amatrice e Accumoli ricordano che questa responsabilità non riguarda luoghi astratti. Riguarda montagne, acque, boschi, paesi e persone. E riguarda, soprattutto, la possibilità che un territorio riconosciuto come patrimonio collettivo continui a essere anche un luogo di vita.

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