La statua di Cola dell’Amatrice cadde con la città nel 2016. Meno di un anno dopo fu uno dei primi simboli a tornare al proprio posto
Ci sono immagini che appartengono a un luogo prima ancora di diventare monumenti. Per generazioni di amatriciani, quella di Cola dell’Amatrice era una di queste: la figura in bronzo di Nicola Filotesio, pittore e architetto vissuto tra Quattrocento e Cinquecento, collocata tra i giardini e l’inizio di corso Umberto, faceva parte del paesaggio quotidiano della città.
Il 24 agosto 2016 anche Cola cadde. La statua precipitò dal piedistallo e rimase gravemente danneggiata, decapitata nella caduta. Le fotografie di quelle ore la mostrarono a terra, spezzata, e quell’immagine ebbe una forza particolare perché rendeva visibile, in una sola figura, la distruzione di Amatrice.
Il 22 luglio 2017 Cola tornò al suo posto
Poi accadde qualcosa che, guardato oggi a distanza di dieci anni, acquista un significato ancora più netto. Il 22 luglio 2017 Cola tornò al suo posto.
A occuparsi del restauro fu il Lions Club Amatrice-Comunità del Velino, con il contributo del sodalizio e in collaborazione con le strutture del Ministero della Cultura. La statua fu restaurata da Sante Guido, Alessandro Valentini e Laura Antonellis; alla cerimonia di restituzione parteciparono le autorità civili, ecclesiastiche e della tutela, insieme ai soci Lions e alla cittadinanza. Era, come ricordarono allora i Lions, il primo restauro di un’opera d’arte di Amatrice dopo il terremoto.
Non era un dettaglio.
Il basamento era stato realizzato da Turillo Sindoni nei primi anni Dieci del Novecento, una struttura articolata, con le personificazioni in marmo bianco della Pittura, della Scultura e dell’Architettura e con frammenti marmorei di diversa provenienza. Non un semplice piedistallo, dunque, ma una composizione pensata per celebrare Cola attraverso le arti alle quali aveva dedicato la propria attività.
Cola dell’Amatrice e la città
La figura di Cola, del resto, è particolarmente adatta a rappresentare Amatrice. Nato in città e protagonista della cultura artistica dell’Italia centrale del primo Cinquecento, Filotesio fu pittore, architetto e scultore; lavorò soprattutto nell’area marchigiana e abruzzese e fu una figura significativa della diffusione del linguaggio rinascimentale nell’Appennino centrale. Una mostra del 2018 ad Ascoli Piceno, curata da Stefano Papetti e Luca Pezzuto, ne ha ricostruito il percorso mettendone in evidenza i rapporti con la cultura di Raffaello, Pinturicchio e altri grandi maestri del tempo.
Ma il significato della statua di Amatrice non sta soltanto nel personaggio che rappresenta.
Sta anche nella sua presenza.
Per quasi un secolo Cola era stato semplicemente lì. Lo incontravano ogni giorno gli abitanti, lo vedevano i visitatori, era diventato parte di quella geografia minuta attraverso la quale una persona riconosce la propria città. Non occorreva fermarsi a guardarlo per attribuirgli un significato: come accade con molti elementi del paesaggio urbano, la sua presenza era diventata naturale.
È proprio per questo che la sua caduta fu più di un danno a un’opera d’arte. E il suo ritorno fu più di un restauro.
Restituire un punto di riferimento
Dopo il terremoto, Amatrice aveva perso una quantità enorme di riferimenti: edifici, strade, facciate, attività, percorsi abituali. Anche ciò che sembrava permanente aveva dimostrato di non esserlo. Riportare Cola sul suo basamento significò allora restituire alla città uno dei suoi punti di riferimento, ricollocare una figura conosciuta dentro uno spazio che era stato radicalmente trasformato.
La rapidità dell’intervento assume, da questa prospettiva, un valore particolare. Nel luglio 2017 la ricostruzione di Amatrice era ancora lontana dall’avere una forma definita e molti dei luoghi più importanti della città erano ancora feriti o inaccessibili. In quel contesto, vedere nuovamente Cola al suo posto costituiva una delle prime esperienze concrete di restituzione.
Non ricostruiva la città, naturalmente. Ma diceva che qualcosa poteva tornare.
Il Ministero aveva documentato la gravità delle lesioni e la complessità del restauro; i Lions trasformarono quell’intervento in un progetto di restituzione alla comunità. La formula usata allora — «ricollocato dov’era» — è forse quella che meglio descrive il valore dell’operazione.
C’è infatti una differenza importante tra conservare un’opera e restituirla al suo luogo. Nel primo caso si salva un oggetto; nel secondo si ricostruisce una relazione tra quell’oggetto e una comunità.
Per questo Cola è diventato, suo malgrado, una delle immagini più efficaci anche della storia recente di Amatrice. Prima caduto insieme alla città, poi recuperato e ricomposto quando intorno ancora tutto era da ricostruire.
Oggi il monumento può essere guardato anche senza conoscere questa storia. È tornato a essere parte del paesaggio, e forse è proprio questo il risultato più significativo del restauro: che la straordinarietà dell’intervento abbia progressivamente lasciato il posto alla normalità della presenza.
Cola è di nuovo lì. Come prima.














