Suonare le ciaramelle: come cambia la musica quando cambia il contesto
Lo strumento simbolo della conca amatriciana dopo la scomparsa dei vecchi maestri e la rinascita dell’interesse nelle nuove generazioni
di Susanna Buffa
Esiste uno strumento della tradizione musicale popolare che è nato, si è diffuso e vive ancora in quell’area, delimitata da confini naturali, che chiamiamo “conca amatriciana”. Le ciaramelle di Amatrice rappresentano un unicum organologico nel panorama dell’etnomusicologia italiana e il loro suono ha uno spazio recondito nella memoria collettiva, per essere stato a lungo il protagonista indiscusso delle celebrazioni rituali e festive delle nostre comunità montane. Composto da un otre ricavato da un’intera pelle di pecora rovesciata e da canne in legno intagliate a mano, questo incredibile aerofono a sacco è sempre stato presente in ogni occasione celebrativa non liturgica dell’area amatriciana fino a pochissimi decenni fa, ricoprendovi un ruolo sonoro e aggregativo centrale.
Vale la pena, dunque, di valutare quali siano la sua vita e il suo ruolo oggi nella realtà culturale delle nostre terre, dal momento che la sua esistenza è storicamente legata ad alcuni elementi ambientali oggi fortemente a rischio.
Dalla pastorizia ai luoghi della comunità
Il primo è il contesto pastorale d’origine, nell’ambito del quale lo strumento veniva tradizionalmente costruito dai segatori di legname e dai pastori stessi (che ne intagliavano le canne a coltello) e suonato durante i lunghi mesi della transumanza e dello stazionamento in altura con le greggi. Il secondo elemento critico è il contesto comunitario dei paesi: a seguito del sisma, infatti, mancano ancora molti dei luoghi aggregativi in cui ci si ritrovava spontaneamente per suonare e ballare.
I costruttori e la scomparsa dei vecchi maestri
Lo strumento, tuttavia, resiste, così come sopravvivono le abilità dei pochi costruttori attivi. Questi ultimi operano in un’area vasta del centro-sud Italia che unisce la provincia di Isernia – in particolare la cittadina di Scapoli, storica capitale della zampogna, con le famiglie di costruttori Ricci e Di Fiore – fino a Tornimparte, in Abruzzo, con la liuteria Sabatini. La presenza così sporadica di artigiani sul territorio ha reso più difficile, per coloro che volevano avvicinarsi alle ciaramelle, conoscerne a fondo i complessi meccanismi, i sistemi di accordatura e la manutenzione ordinaria, rallentando il processo di apprendimento. A ciò si è aggiunta la scomparsa di storiche figure di riferimento che ha privato i nuovi suonatori delle loro guide più preziose: prima tra tutte quella di “Raffone” (al secolo Alfredo Durante) di Torrita, e successivamente quella di Nello Sciarra, della frazione di Pinaco.
La rinascita dopo il terremoto
Nonostante queste criticità, all’indomani del terremoto si è registrata un’improvvisa impennata dell’interesse verso lo strumento. Questo risveglio è stato facilitato e coordinato da alcune edizioni del Festival delle Ciaramelle (purtroppo sospeso dall’anno 2023 per mancanza di finanziamenti), ideato e organizzato dal professor Giancarlo Palombini, etnomusicologo, docente universitario e autore dei saggi scientifici più importanti dedicati a questo aerofono. Nelle sue varie edizioni, il festival ha favorito lo scambio culturale e l’incontro con suonatori di altri strumenti a fiato continuo provenienti da molte regioni d’Italia e dall’estero.
La ricerca di una nuova identità comunitaria dopo la distruzione materiale causata dai terremoti ha ulteriormente favorito il diffondersi di un forte interesse verso le ciaramelle da parte di nuove generazioni di musicisti, in special modo nell’area delle “ville” del monterealese (Alta valle dell’Aterno, L’Aquila), un’area dai forti legami geografici e culturali con il territorio amatriciano.
La nuova generazione di suonatori
Oggi, i fratelli Alessio e Enrico Mariani (da Castiglione di Montereale) si distinguono tra i più assidui e appassionati suonatori di questa nuova leva, con competenze musicali completate dalla conoscenza di organetto e tamburello; a loro si aggiunge Francesco D’Elena di Ville di Fano, sempre presso Montereale; Antonio Di Cintio di Configno, Amatrice, musicista di recente formazione ma che dal 2019 ha saputo mostrare un progresso e un’attenzione al repertorio tradizionale notevoli; da citare Andrea Delle Monache di Monterotondo, proveniente da Palombara Sabina ma frequentatore assiduo del territorio, che si distingue per la squisita raffinatezza dei suoi fraseggi e la bellezza del suono, oltre che per la sua generosa capacità di mettersi al servizio dei giovani musicisti.
L’eredità di Nello Sciarra
Ciascuno di questi nuovi suonatori ha riconosciuto un maestro, anche solo ideale, nella figura di Nello Sciarra. Con grande altruismo e generosità, Sciarra ha saputo nel tempo accoglierli nella sua casa di Pinaco, illustrando loro ogni aspetto organologico degno di interesse, indirizzandoli al suono nel profondo rispetto della tradizione, senza mai soffocare le particolari inclinazioni espressive di ciascuno.
Le nostre comunità restano quindi grate debitrici a Nello per aver saputo preservare e trasmettere un patrimonio organologico e musicale unico nel suo genere, trasformando un’antica eredità pastorale in un simbolo di resistenza alle avversità.






