Dieci anni dopo il terremoto: adattamento, ricostruzione e responsabilità di una comunità
L’incontro promosso dalla Diocesi di Rieti ad Accumoli
A dieci anni dal terremoto che ha colpito il Centro Italia, la domanda non è soltanto che cosa sia accaduto il 24 agosto 2016, ma che cosa sia successo alle persone e alle comunità nei dieci anni successivi.
“3652 La terra e noi”: l’incontro ad Accumoli a dieci anni dal sisma
È da questa prospettiva che, il 6 agosto, ad Accumoli, si è svolto l’incontro “3652 La terra e noi”, organizzato dalla Diocesi di Rieti nell’ambito del percorso verso il decennale del sisma. Il titolo, già nella sua semplicità, sposta l’attenzione dall’evento alla relazione: non soltanto la terra che trema, ma il rapporto tra una popolazione e il territorio che continua ad abitare. L’incontro si è svolto nella scuola “Agostino Cappello”, nell’Area SAE di Accumoli, con gli interventi del vescovo di Rieti Vito Piccinonna, della vice direttrice di Caritas Italiana Silvia Sinibaldi, dei sindaci di Accumoli e Amatrice, Mauro Tolomei e Giorgio Cortellesi, del professor Paolo Maria Russo, psicologo e docente della Sapienza, e di monsignor Gianpiero Palmieri, arcivescovo di Ascoli Piceno e vicepresidente della CEI per l’Italia centrale.
Piccinonna ha definito la ricostruzione, intesa nel suo significato più ampio, come un possibile motore del presente, parlando dell’incontro come di un momento di “nutrimento”. Non una formula celebrativa, ma l’indicazione di una necessità: dieci anni dopo, accanto alla ricostruzione materiale, occorre continuare a costruire occasioni nelle quali una comunità possa interrogarsi sulla propria condizione e sul proprio futuro. «Vivere insieme questo tempo», ha detto il vescovo, significa assumersi una responsabilità nei confronti di chi non c’è più, di chi c’è oggi e di chi verrà.
La scelta di Accumoli come sede dell’incontro è parte di questa impostazione. Il sindaco Mauro Tolomei ha ringraziato la Diocesi per aver portato qui l’appuntamento, sottolineando l’esigenza di far conoscere il territorio e ricordando il rapporto di collaborazione con Amatrice e Arquata del Tronto. Silvia Sinibaldi, vicedirettrice di Caritas Italiana, ha definito un onore essere presente a un momento di commemorazione e di ascolto, ricordando il lungo impegno della Caritas dopo il sisma e indicando nella conoscenza dei territori una condizione essenziale per intervenire meglio nelle emergenze future.
La ricostruzione e le nuove forme della vita comunitaria
Più problematico, e forse proprio per questo significativo, è stato l’intervento del sindaco di Amatrice Giorgio Cortellesi. La fase attuale, ha osservato, può essere persino più difficile di quella immediatamente successiva al terremoto. All’inizio esisteva la speranza che la ricostruzione sarebbe stata rapida; oggi è invece più evidente la lunghezza del percorso. Nel frattempo sono nate nuove comunità e nuovi luoghi di incontro che non è semplice abbandonare, mentre il ritorno nelle abitazioni ricostruite può significare vivere ancora dentro cantieri e trasformazioni. È venuto meno anche un luogo di socialità ordinaria come corso Umberto, con conseguenze che il sindaco legge in termini di isolamento e disagio sociale.
Il terremoto come trauma collettivo e processo di adattamento
È proprio a questo punto che la relazione del professor Paolo Maria Russo ha fornito una chiave di lettura particolarmente utile. Psicologo del Dipartimento interdisciplinare di Benessere, Salute e Sostenibilità Ambientale della Sapienza a Rieti, Russo ha dedicato parte della sua attività di ricerca alla gestione dello stress e ai processi di adattamento psicologico.
Il punto da cui è partito è semplice, ma tutt’altro che scontato: il terremoto non è stato uguale per tutti. Le persone reagiscono agli eventi traumatici secondo caratteristiche individuali differenti. La stessa esperienza può produrre risposte diverse.
Questa distinzione è importante soprattutto quando si parla di un trauma collettivo. Dopo un terremoto possono comparire paura, alterazioni del sonno, ipervigilanza, difficoltà di concentrazione, ansia e altre reazioni acute. Dal punto di vista clinico, però, non è tanto la comparsa iniziale dei sintomi quanto la loro persistenza a costituire un elemento decisivo per comprendere l’eventuale sviluppo di un disturbo. Una parte consistente delle persone, infatti, recupera progressivamente senza sviluppare un disturbo mentale persistente.
Il terremoto, tuttavia, non produce soltanto un trauma nel senso più immediato del termine. Produce una quantità enorme di cambiamenti. Cambiano la casa, il lavoro, le relazioni di vicinato, i percorsi quotidiani, i luoghi di incontro, le abitudini, la percezione di sicurezza. In altre parole, cambia l’architettura della vita ordinaria.
Imprevedibilità, controllo e informazione nella ricostruzione
Ed è qui che il ragionamento di Russo diventa particolarmente interessante per comprendere il presente del cratere. Lo stress non dipende esclusivamente dalla gravità oggettiva di un evento. Un ruolo fondamentale è svolto dalla percezione di imprevedibilità e incontrollabilità. Avere un certo grado di controllo sulle proprie condizioni consente di affrontare meglio lo stress; al contrario, l’incertezza prolungata e l’impossibilità di prevedere che cosa accadrà mantengono l’organismo e la persona in una condizione di pressione.
La domanda, allora, diventa quasi inevitabile: quante volte, in questi dieci anni, gli abitanti delle zone terremotate hanno dovuto adattarsi a un cambiamento che non avevano scelto?
Non si tratta soltanto di elaborare un lutto. Si tratta di riorganizzare la propria esistenza. Ed è una differenza sostanziale. Il trauma iniziale è un evento; l’adattamento è un processo. Quando il cambiamento si prolunga per anni, anche il processo di adattamento può diventare faticoso, soprattutto se le persone non dispongono di informazioni sufficienti, di relazioni stabili e di margini di controllo sulla propria vita.
Da questo punto di vista assume un significato preciso anche il richiamo di Russo alla necessità di informare costantemente le comunità. Sapere che cosa sta accadendo, quali sono i tempi, quali sono le possibilità, quali passaggi devono ancora essere affrontati, non elimina l’incertezza ma restituisce una quota di controllo. L’informazione, dunque, non è soltanto una questione amministrativa o comunicativa: può avere una funzione psicologica e comunitaria.
È una considerazione particolarmente rilevante quando la ricostruzione si prolunga. L’attesa non è una condizione neutra. Se non è accompagnata dalla possibilità di comprendere e prevedere, rischia di alimentare quella stessa imprevedibilità che rende più difficile l’adattamento.
Resilienza e crescita post-traumatica senza retorica
Anche il concetto di “resilienza” – termine spesso abusato -, affrontato durante l’incontro, merita di essere sottratto alla retorica. Russo ha insistito sul fatto che nella resilienza non vi è nulla di necessariamente eroico o romantico. La capacità di riprendersi dopo un trauma è, in larga misura, una possibilità ordinaria dell’essere umano. Gli studi sul trauma mostrano infatti che molte persone, dopo un evento estremamente grave, riescono progressivamente a recuperare un equilibrio.
Ma una comunità non coincide con la somma dei suoi individui. Esiste una dimensione collettiva della “resilienza” – stavolta sì, il termine è usato con cognizione di causa – che dipende dalle relazioni, dalla circolazione delle informazioni, dalla possibilità di riconoscersi ancora in luoghi e istituzioni, dalla presenza di reti di sostegno. Per questo la ricostruzione sociale non può essere considerata un capitolo secondario rispetto a quella edilizia.
In alcuni casi, inoltre, l’esperienza traumatica può essere seguita da una crescita post-traumatica: non perché il trauma sia stato positivo — una semplificazione da evitare — ma perché alcune persone, nel tentativo di riorganizzare la propria esistenza dopo una frattura profonda, arrivano a sviluppare nuove risorse, nuove priorità o una diversa percezione della propria vita.
È una distinzione importante. Dire che si può uscire rafforzati da un trauma non significa attribuire un valore positivo alla sofferenza. Significa riconoscere che l’essere umano può trasformare anche un’esperienza distruttiva attraverso processi di adattamento complessi.
La lettura di Gianpiero Palmieri tra terremoto, memoria e speranza
A questa lettura psicologica si è affiancata quella di monsignor Gianpiero Palmieri, che ha riportato il tema sul terreno della speranza e della Scrittura. Ha ricordato un’esperienza personale legata al terremoto e alla memoria di sua madre, che nelle ore successive alla scossa aveva rievocato la propria casa non come era al momento dell’evento, ma come l’aveva conosciuta da bambina. Un’immagine che permette di cogliere quanto profondamente un evento traumatico possa alterare la percezione del tempo e dello spazio.
Palmieri ha poi preso le mosse dal capitolo 21 del Vangelo di Luca, dove alla scena della vedova che offre nel tempio ciò che possiede segue il discorso di Gesù sulla distruzione del tempio: «non resterà pietra su pietra». Nel testo evangelico terremoti, guerre, persecuzioni e sconvolgimenti non vengono presentati come una semplice previsione della fine, ma inseriti in un discorso nel quale la paura del disordine e della perdita viene ricondotta alla necessità di non lasciarsi ingannare e di non considerare ogni catastrofe come il segno immediato della fine.
Il riferimento è particolarmente pertinente in un territorio nel quale la perdita delle pietre ha avuto, per molti, un significato concreto e non metaforico. Ma proprio per questo la lettura proposta da Palmieri evita, almeno nella sua impostazione, di fermarsi alla distruzione: il tema è ciò che può essere riconosciuto e ricostruito quando un ordine precedente viene meno.
Ricostruire una comunità mentre si ricostruiscono i luoghi
Il filo che unisce gli interventi della serata è allora meno difficile da individuare di quanto potrebbe sembrare. La ricostruzione non riguarda soltanto ciò che deve essere rimesso in piedi. Riguarda anche la capacità di una popolazione di adattarsi a condizioni profondamente mutate senza perdere la possibilità di progettare.
Per questo l’impegno della Diocesi sul territorio, attraverso occasioni di ascolto e confronto come quella di Accumoli, acquista un significato che va oltre l’organizzazione di un appuntamento. La presenza del Vescovo Piccinonna e la scelta di portare il confronto nei luoghi colpiti dal sisma indicano una modalità di accompagnamento che non pretende di sostituirsi alle istituzioni o alle competenze tecniche, ma prova a tenere aperto uno spazio per ciò che non può essere misurato soltanto in metri quadrati, tempi di cantiere o risorse stanziate.
A dieci anni dal terremoto, infatti, una delle questioni decisive sembra essere proprio questa: come si ricostruisce una comunità mentre si ricostruiscono i suoi luoghi?
La risposta non può essere soltanto psicologica, né soltanto urbanistica, né soltanto religiosa. Ma passa dalla capacità di mettere insieme queste dimensioni. La terra, in fondo, non è soltanto quella che ha tremato. È quella sulla quale una comunità continua a decidere come vivere.





