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Archivi e testimonianze

Giulio Aniballi racconta le origini della Sagra dell’Amatriciana

AMATRICIANA 60

Tubi Innocenti, fontane coperte e l’Aspromonte: quando l’Amatriciana si faceva inventandosi tutto

I luoghi hanno bisogno di essere decifrati attraverso chi li abita da generazioni, custodendone la forma, lo spirito e la sostanza. Amatrice è così: una terra complessa, aggrappata a un’identità che non cede al tempo e che ha bisogno di voci capaci di raccontarla senza retorica.

Le origini della Sagra dell’Amatriciana nel racconto di Giulio Aniballi

Giulio Aniballi è una di queste voci. Architetto, erede di una famiglia profondamente radicata nel territorio — una famiglia il cui nome, legato all’attività del padre, attraversa decenni di cantieri, opere edilizie e restauri rigorosi sparsi tra Amatrice, Accumoli e l’intero circondario —, Giulio possiede quella rara conoscenza dei luoghi che nasce solo da un ascolto lungo una vita. Conosce ogni anfratto, ogni mutamento urbanistico, ogni traccia di un passato che non è mai semplice nostalgia, ma strumento di comprensione del presente.

Parlare con lui significa accedere a un archivio vivente di tradizioni, memorie e dinamiche locali. Ed è proprio partendo da questa prospettiva che nasce una delle tante piacevolissime chiacchierate con lui, stavolta su un simbolo identitario che ha valicato i confini della montagna per diventare universale: la Sagra degli Spaghetti all’Amatriciana. Una manifestazione che oggi conosciamo nella sua dimensione di grande evento di massa, ma che affonda le radici in una storia fatta di artigianato sociale, visione e comunità, di cui Giulio fu uno dei pionieri.

La Sagra, quest’anno, si esplicita graficamente in un numero: 60. Perché sessant’anni fa qualcuno ebbe la visione di un piatto semplice e vero che diventava il simbolo di una terra custodita da pastori e allevatori sin dall’antichità.

Quel sessantesimo anniversario è diventato anche occasione per raccogliere e restituire la memoria della festa attraverso la mostra “60 – Il mito dell’Amatriciana”, dedicata alla storia di una manifestazione che nel tempo è diventata parte dell’identità stessa di Amatrice.

Le prime edizioni della Sagra dell’Amatriciana

A quel tempo Giulio, classe 1950, era un adolescente amatriciano che già osservava e comprendeva il senso intimo della sua terra.

“Nel 1971 ci fu una Consulta cittadina, per dare valore alla Sagra e prospettare un avvenire migliore per la città – racconta -, poi tra il 1972 e il ’73 accadde che si arrivava a ridosso dell’evento ma non si riusciva a portarlo a termine. Allora con Gianfranco “la guardia”, con Massimo Leoncini e altri decidemmo che era tempo di allestire. La Pro Loco, allora, ebbe lo slancio per procedere e Amatrice ebbe di nuovo la sua Sagra”.

Amatrice ha sempre vissuto con il cruccio di non avere una piazza (in città si dice che ciò dipendesse dal carattere ribelle degli amatriciani, ai quali non si poteva concedere un luogo troppo grande per riunirsi perché il rischio di insurrezioni era troppo alto), e così la Sagra ha sempre vagato da un sito a un altro, dentro e nelle immediate adiacenze della città, tra Piazza Sagnotti, l’area adiacente la caserma dei Carabinieri, si tentò persino sotto la Torre civica, dove gli spazi erano davvero troppo stretti.

“Le prime edizioni erano organizzate intorno alla fontana dei giardini (l’attuale Giardino degli Alberi) – dice Giulio -, si metteva una grande tavola di legno per coprirla: quello divenne il luogo in cui si sporzionavano gli spaghetti. Le persone potevano girarci intorno per entrare e uscire dal circuito con la loro Amatriciana. La recinzione del giardino proteggeva già l’area. Era un luogo perfetto per l’evento. E l’altro giardino (quello che oggi ospita il Plastico del Parco Gran Sasso e Monti della Laga) divenne il sito di una mostra mercato. Con Peppe Bellini e altri, facemmo gli stand con i tubi Innocenti della ditta di mio padre. Gli espositori erano tutti di zona: c’era la cooperativa del latte, c’era il salumificio Bosi di Posta che offriva anche i guanciali, lo stand della pasta De Cecco e altri produttori del posto”.

Quando l’Amatriciana arrivò fino in Aspromonte

E anche quando Giulio cominciò a frequentare Bovalino, in estate, non potendo partecipare alla Sagra, decise di portare la Sagra con sé.

“Dal 1980 trascorro il mese di agosto a Bovalino, in Calabria. Seguire la Sagra da lontano non mi bastava, così – spronato dagli amici calabresi – cominciai a organizzare la mia piccola Sagra dell’Amatriciana in Aspromonte. Un amico metteva a disposizione un autobus con 70 posti, io preparavo il sugo in casa e si cuoceva la pasta con le pentole prestate da un ristorante del posto. Una volta passò la forestale a cavallo, l’ufficiale ci disse di spegnere il fuoco. Gli chiesi dove avesse svolto il suo periodo da allievo e lui mi rispose a Cittaducale. Alla fine rimase a pranzo con noi”.

Una festa costruita da tutto il paese

Ad Amatrice, comunque, si faceva di tutto per raggranellare qualche soldo per finanziare la festa. Giulio conserva memoria anche di questo: “Una volta la Pro Loco fece un disco bellissimo dedicato al folklore amatriciano. Sulla copertina erano raffigurate Anna Fontanella e Enza D’Angelo, i contenuti erano le ciaramelle di Raffone, poesie… la sera della Sagra poi c’era il Ballo alla Montanina. Prima del terremoto, in realtà, si ballava quasi tutte le sere in strada, ma il Ballo alla Montanina era famoso. Vennero anche grandi personaggi, una volta venne Giuliana Longari, poi Donatella Moretti, che fu ospite onoraria. Tutto questo dava prestigio all’evento. Per avere qualche soldo da investire, poi, oltre al biglietto per il piatto di pasta si faceva la lotteria. Una volta in palio ci fu una bellissima Cinquecento color amaranto. Il dottor Serva acquistò tantissimi biglietti e vinse l’auto, ma probabilmente spese in biglietti più del suo stesso valore. Era una festa meravigliosa che coinvolgeva tutto il paese”.

Lo scambio gradevole con Giulio si chiude con un ricordo delle feste stagionali: ancora oggi Amatrice celebra l’autunno e la primavera. Giulio ricorda il tentativo di celebrare anche l’inverno. “Ma la tanta neve piegò il tendone… l’inverno, perciò, abbiamo cominciato a celebrarlo in casa, davanti a un caminetto acceso…”.

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